Come e perchè si affermarono i movimenti fascisti?
II. L' anomalia francese: dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo "operaio"
Secondo Zeev Sternhell, il più affermato studioso del fascismo transalpino e delle radici socialiste del fenomeno fascista, si può affermare che l' ideologia fascista maturò proprio in Francia, a partire dalle ribellioni di boulangisti e nazionalisti contro la democrazia liberale di fine XIX secolo, fino alla riflessione di Maurice Barres, uno dei primi a vedere la possibilità di fondere in termini moderni le istanze del nazionalismo e quelle del socialismo.
Nell' imminenza della prima guerra mondiale era già presente un articolato corpus di pensiero al quale mancava soltanto una definizione precisa e le adeguate condizioni esterne per trasformarsi in forza politica.
Caratteristica fondamentale del fascismo francese sarà la transizione di personalità e interi gruppi dalle organizzazioni della sinistra al fascismo.
Un fenomeno troppo ampio per rappresentare solo un caso di opportunismo, e che del resto non può essere ridotto alla sola Francia (i percorsi politici di leader fascisti come Mussolini, Mosley e de Man lo testimoniano).
In Francia, tuttavia, lo slittamento dalla sinistra al fascismo assunse dimensioni sconosciute altrove, ed avvenne proprio in periodo di pace e quando la sinistra stava raggiungendo l' apice del suo potere.
Alla radice di questa anomalia c' è l' alto grado di continuità politica con la situazione prebellica: la prima guerra mondiale in Francia non segnò uno spartiacque in termini di sistemi ideologici, strutture e comportamenti politici.
Certo la guerra ebbe anche lì un ruolo cruciale come catalizzatore di consensi verso il fascismo, ma non fu essa a produrre il fascismo stesso.
Fu prima, negli ultimi anni dell' Ottocento, che si formò un' alleanza fra un certo tipo di socialismo non marxista, antimarxista o già postmarxista, e il nuovo nazionalismo generato dalla débacle del 1870.
Il boulangismo degli anni Ottanta è il primo esempio di questa convergenza in nome della comune opposizione al sistema della Terza Repubblica.
Nel maggio 1898, nel mezzo dell' affaire Dreyfus, Maurice Barres conia il termine "socialismo nazionalista" per indicare una nuova sintesi di pensiero già profondamente antisemita, avendo egli compreso che l' antisemitismo è uno strumento indispensabile tanto per legare il proletariato alla comunità nazionale quanto per assicurarsi il sostegno della piccola borghesia.
Altra pietra miliare nella preistoria del fascismo è la fondazione, nel 1903, del Parti Socialiste National di Pierre Bietry, sostituito l' anno dopo dalla Federation Nationale des Jaunes de France.
Vero battistrada del fascismo, il socialismo "giallo" predica la solidarietà nazionale anzichè la lotta di classe, l' accesso alla proprietà in luogo dell' espropriazione, la condivisione dei profitti da parte degli operai e un sindacalismo operaio e imprenditoriale, il tutto amalgamato da uno Stato forte organizzato in corporazioni professionali.
Non si può comprendere il fascismo francese se non si osserva la natura del sindacalismo in generale e l' influenza su di questo del sindacalismo rivoluzionario, spesso pressochè invisibile ma ideologicamente cruciale.
Sindacalismo e nazionalismo condividevano l' ostilità verso la democrazia liberale e la società borghese, al punti che le stesse analisi dei meccanismi di questa società erano notevolmente simili.
All' estero, i futuri fascisti Roberto Michels e Arturo Labriola rappresentavano una corrente di pensiero destinata ad assumere in Francia dimensioni più cospicue: è vero che Sorel, il teorico del sindacalismo rivoluzionario, era più conosciuto ed apprezzato in Italia.
Ma in Francia si era già affermato un personaggio come Hubert Lagardelle, direttore di "Le Mouvement Socialiste", organo del marxismo antiparlamentare, che si batteva contro ogni deviazione rispetto alla lotta di classe e incarnava la purezza dottrinale in ogni congresso socialista: più tardi, sarebbe diventato ministro del lavoro di Petain.
Nelle fila dei collaborazionisti e dei fascisti degli anni Quaranta, sindacalisti, socialisti e comunisti avrebbero svolto un ruolo decisivo, risultato finale dello sforzo operato, dopo l' affaire Dreyfus e la riaffermazione delle forze governative, per separare la classe operaia dalla democrazia parlamentare.
Accanto a George Sorel si cristallizzarono idee e correnti di pensiero il cui comune denominatore era la ribellione contro la dottrina dei diritti naturali, il liberalismo e la democrazia: grazie al suo insegnamento il passaggio dal sindacalismo rivoluzionario al nazionalismo divenne quasi naturale.
Il Cercle Proudhon fu fondato - su ispirazione di Sorel - in seno all' organizzazione nazionalista Action Française, nel dicembre 1911: un mese più tardi inizierà la pubblicazione dei "Cahiers du Cercle Proudhon" .
L' 11 novembre 1925, anniversario dell' armistizio, sarà proprio George Valois, un ex membro del Cercle Proudhon e dell' Action Française, a fondare il primo movimento fascista aldifuori dell' Italia: il Faisceau.
La sua creazione rappresentò in realtà un tentativo di riprendere l' opera del Cercle, bloccata dalla guerra, dalla rivoluzione russa e dalla morte di Sorel.
Fu in parte un riflesso difensivo determinato dalla vittoria elettorale del Cartel des Gauches e in parte una ribellione contro l' immobilismo politico e la natura reazionaria dell' Action Française e delle varie ligues nationales.
Dal Faisceau di Valois fino a Deat e Doriot nella Parigi occupata, i veri fascisti esprimeranno sempre la loro profonda sfiducia nei confronti nella base sociale estremamente ristretta dell' Action Française, nel suo carattere classista e nella sua natura essenzialmente giornalistica.
Anche le vecchie ligues, i movimenti nazionalisti, facevano ormai parte del sistema politico ed accolsero freddamente il nuovo progetto.
Il Faisceau dovette perciò ritagliarsi il suo posto al sole a costo di una incessante guerra con le organizzazioni già presenti, dal momento che ne erodeva non solo la clientela ma anche le risorse finanziarie.
Nel febbraio 1926, a tre mesi dall' esordio, il Faisceau era stimato dalle forze di polizia in circa 10.000 iscritti, saliti in aprile a 15.127 nella sola Parigi (a quel tempo, Valois sosteneva di avere 20.000 iscritti in tutta la Francia); a settembre il numero aveva raggiunto le 48.000 unità.
La metà del 1926 rappresentò il punto di massima ascesa del Faisceau: sei mesi dopo la fondazione, sopravanzava l' Action Française a Parigi.
Quanto alle tre ligues nationales, raccoglievano ancora circa 100.000 iscritti; la Ligue de Patriotes di Barres era stato il primo movimento extraparlamentare francese ed aveva organizzato, ai tempi del caso Boulanger, imponenti manifestazioni di piazza antigovernative; tuttavia, negli anni Venti la sua influenza era ormai ridotta a zero.
Il terreno fertile da essa arato aveva prodotto la Ligue Antisemite di Guerin (protagonista di un vero assedio al centro di Parigi, nel 1899), la Ligue de la Patrie Française e la più celebre Ligue d' Action Française.
Rispetto ad esse il Faisceau si caratterizzava come un autentico movimento fascista, poichè risolutamente nazionalsocialista, violentemente antiborghese e anticonservatore e animato da intenzioni rivoluzionarie.
Nondimeno, pur con tutto il successo sul fronte del reclutamento, soffrì la contraddizione di fondo tra le necessità finanziarie e le tendenze di sinistra: da vero movimento fascista, esso ricercava sostegni nella classe operaia, tra gli intellettuali e tra i giovani, in forza del proprio vitale anticapitalismo.
Gli incendiari appelli di Valois presto spaventarono i finanziatori già acquisiti e quelli che si contava di coinvolgere in un secondo tempo: la prima vittima delle defezioni fu il quotidiano "Le nouveau siecle", che Valois aveva lanciato nel febbraio 1925, ma sei mesi dopo poteva contare solo su 4.700 abbonati contro i 40.000 del giornale stampato da Action Française.
Se non riuscì a sfondare il muro della destra, Valois non fu molto più fortunato con la sinistra, limitandosi ad attirare alcuni aderenti della CGT.
Nel complesso, il Faisceau rimase un movimento del ceto medio: la sua ideologia socialisteggiante non fece presa sulla classe operaia, costringendolo quindi a cacciare nelle riserve delle vecchie ligues senza poter spingersi significativamente oltre al loro pubblico tradizionale.
Sembra inoltre che ai progressi realizzati nella seconda metà del 1926 in provincia - soprattutto nel Nord e nell' Est - non avessero trovato seguito a Parigi, dove il partito di Valois era giunto ad un punto morto già a luglio.
L' attrattiva basilare del Faisceau era probabilmente destinata ai settori più dinamici dell' economia (tecnici e liberi professionisti) attirati dall' organizzazione corporativa del partito, detta Faisceau delle corporazioni e posta sotto la guida di Pierre Dumas, un ex sindacalista rivoluzionario della CGT e luogotenente di Valois: al momento della fondazione, nell' aprile 1926, essa poteva contare su tredici corporazioni e circa 2.500 aderenti.
Ciononostante il Faisceau non riuscì mai ad imporsi: Valois, come i leader della destra radicale dai tempi di Boulanger e dell' affaire Dreyfus, mancava di carisma, e la sua volontà innovativa si arrestò sul piano dello stile.
Un corpo paramilitare in uniforme si occupava di garantire l' ordine durante le dimostrazioni che talvolta risultarono gigantesche, con treni speciali allestiti appositamente per trasportare migliaia di militanti.
Se le tecniche di propaganda erano già a portata di mano, mancavano le condizioni socioeconomiche: il Faisceau, come i progetti che lo seguirono, non ebbe un necessario retroterra di inflazione e disoccupazione o, in alternativa, di timori legati a possibili insurrezioni della sinistra radicale.
La nascita del Faisceau era stata determinata appunto dalla vittoria delle sinistre alle elezioni del 1924; con il ritorno del più moderato Poncayre nel 1926, il riassorbimento della crisi nella destra tradizionale e una rapida restaurazione dello status quo economico, il Faisceau andò in pezzi.
Le elezioni del 1928 furono favorevoli alla destra; non così quelle del 1932, che videro una spettacolare ripresa del nuovo Cartel de Gauches incrinata però dalle divisioni interne e dagli effetti della grande depressione.
Il deterioramento delle condizioni economiche, l' instabilità governativa e gli scandali finanziari sfociarono nella sanguinosa rivolta del 6 febbraio 1934 e prepararono il terreno per nuove agitazioni che, tuttavia, non si sarebbero tradotte nell' ascesa di un regime fascista o filofascista.
Le ragioni sono molteplici: le difficoltà economiche, seppur serie, non raggiunsero mai le proporzioni della crisi tedesca, le classi medie e rurali non si videro minacciate da un possibile crollo della struttura politica e lo stesso sistema della Terza Repubblica seppe dimostrare la propria solidità.
La ripresa dell' agitazione fascista contribuì esclusivamente alla crescita del Fronte Popolare e alla vittoria di questo nelle elezioni del 1936.
La seconda generazione del fascismo francese si incarnò in due piccoli movimenti, entrambi creati da uomini che avevano avuto a che fare con l' avventura di Valois: la Solidaritè Française e i Francistes.
La Solidaritè Française fu lanciata nel 1933 dall' industriale milionario François Coty e dal suo staff nel giornale "L' ami du peuple": i quadri intermedi del partito, soprattutto quelli giovanili, erano costituiti da ex soldati, giovani intellettuali, alcuni avvocati e fisici ma soprattutto giornalisti e letterati.
Il partito pretendeva di avere dai 180.000 ai 250.000 aderenti, benchè si trattasse perlopiù di semplici lettori del quotidiano: il numero dei militanti superava di poco i 15.000-20.000, e quello dei "mobilitabili" raggiungeva a malapena i 5.000, 3.000 dei quali concentrati nell' area urbana di Parigi.
La situazione della Solidaritè Française non differiva di molto da quella dei Francistes, nati anch' essi nel 1933 ad opera di un ex militante del Faisceau.
Il piccolo movimento di Marcel Bucard riscosse un certo successo internazionale, rappresentando la Francia al congresso dei movimenti fascisti europei tenutosi a Mountreux nel settembre 1935, ma non riuscì mai a mettere insieme più di 10.000 militanti e rimase costantemente a corto di risorse economiche così come di sostegni da parte degli intellettuali.
Come il Rassemblement National Populaire di Marcel Deat e il Parti Populaire Français di Jacques Doriot, il francismo fu, dopo il 1940, uno dei principali movimenti che sostennero la collaborazione con la Germania, nell' aspirazione a creare un autentico nazionalsocialismo francese.
La terza generazione del fascismo francese si aprì, nel 1936, con un caso unico in Europa: la fondazione del Parti Populaire Français da parte di una delle personalità più in vista del movimento comunista.
Jacques Doriot, segretario generale della Jeunesses Communistes nel 1923, deputato del PCF nel 1924 e candidato alla segreteria generale del partito, al momento della sua espulsione nel 1934 era sindaco della città industriale di Saint Denis, una delle roccaforti del comunismo francese.
Degli otto membri dell' ufficio politico del PPF eletti al congresso di Saint Denis del 9-11 novembre 1936 (era il terzo partito fascista francese a nascere in quel giorno fatidico) sette, incluso Doriot, venivano dall' estrema sinistra, e cinque di essi erano operai dell' industria.
Il comitato centrale del partito - le cui strutture ricalcavano quelle dei comunisti - era composto da 46 membri (inclusi gli otto dell' ufficio politico), 12 dei quali ex attivisti comunisti, quattro provenienti da gruppetti di sinistra, tre dalle Croix de Feu e due dall' Action Française: i rimanenti 27 erano uomini nuovi, privi di precedenti esperienze politiche.
Dei 277 delegati al primo congresso nazionale del 1937, 134 non erano mai appartenuti ad alcun partito, 78 venivano dai movimenti giovanili comunisti, socialisti e radicali, soltanto 45 dall' estrema destra.
Riguardo alla composizione sociale, i dati sul congresso costitutivo del 1936 evidenziano tre categorie principali: 1. operai specializzati e non, lavoranti di basso grado, 2. liberi professionisti e studenti, 3. membri della borghesia.
Sino alla fondazione del Rassemblement National Populaire di Deat nel 1941, il PPF rimase il gruppo antimarxista capace di attirare il maggior numero di operai ed ex comunisti e socialisti: malgrado ciò, gli ex comunisti non rappresentarono mai più del 10% degli iscritti di base, ed erano dunque enormemente sovrarappresentati ai vertici dell' organizzazione.
Il PPF sapeva darsi l' intelaiatura e lo stile di un partito "popolare" pur dovendo fare affidamento anch' esso su finanziamenti del grande capitale (che comunque continuava a preferirgli la Croix de Feu).
Se non fosse stato per la guerra, il PPF avrebbe finito col soccombere anch' esso: i movimenti fascisti in Francia non riuscirono mai a consolidarsi perchè, essendo meri espedienti di crisi, non potevano attuare quella rivoluzione che era tuttosommato la loro unica ragione di esistenza.
La borghesia, per la quale il fascismo era semplicemente il minore tra due mali, preferiva servirsi delle proprie truppe d' assalto: la Croix de Feu.
Fondata nel 1928 con lo scopo di raccogliere i decorati di guerra, l' associazione non aveva, all' inizio, un programma politico ben definito: con l' ascesa del colonnello conte de La Roque alla presidenza, il raggruppamento assunse una chiara coloritura ideologica e arrivò a 36.000 iscritti nel 1932.
Da ciò si nota come i due più importanti movimenti di massa di destra in quell' epoca - le Jeunesses Patriotes negli anni Venti e la Croix de Feu negli anni Trenta - erano in definitiva al soldo delle forze conservatrici tradizionali, giacchè condividevano con esse la volontà di difendere l' ordine esistente: per questo la borghesia preferì La Roque e Taittinger a Valois, Bucard e Doriot.
Non è soprendente che entrambe queste organizzazioni abbiano subito, dopo un primo periodo, la perdita progressiva degli elementi più attivi: nel caso della Croix de Feu, la prima defezione fu quella di Bertrand de Maud'huy, autore di un manifesto che reclamava l' abolizione delle distinzioni di classe e la creazione di un mercato controllato interamente dallo Stato.
Dopo aver lasciato la Croix de Feu, Maud'huy prese contatto con Gaston Bergery, già eminente uomo politico radicale e in seguito ambasciatore di Vichy a Mosca ed Ankara: i contatti tra il suo Front Social e gli scissionisti di Croix de Feu non approdarono però a nulla.
Nel luglio del 1935 la strada era ormai sgombra per il PPF, che aveva sottratto gli elementi filofascisti alla Croix de Feu ogni giorno più simile ad una guardia pretoriana della destra tradizionale: esattamente il contrario di ciò che il fascismo autentico rifiutava di essere, tanto da spingere Robert Brasillach, il celebre scrittore e poeta collaborazionista fucilato nel 1945, ad affermare in una lettera aperta "Non siamo le truppe d' assalto di chi ha idee di destra. Non siamo le SA del conservatorismo".
Eppure il vero movimento di massa degli anni Trenta fu quello della Croix de Feu, stimato nel luglio 1935 tra le 250.000 e le 400.000 unità e probabilmente almeno raddoppiato tra il 1936 e il 1939.
Ben organizzato e provvisto di un nutrito seguito, godeva dell' enorme sostegno finanziario di alcuni dei più ricchi industriali francesi: ad onta di ciò, non riuscì mai a far eleggere più di una dozzina di parlamentari.
La Croix de Feu era potenzialmente il più forte blocco politico francese: lo stesso PPF non doveva avere più di 150.000 iscritti, comunque una cifra considerevole se si pensa che nel 1933 il PCF ne aveva meno di 29.000 e la SFIO 130.000: alla fine del 1936, l' anno del Fronte Popolare, ci sarebbero stati 284.000 comunisti, e un numero poco inferiore di socialisti.
In Francia il fascismo reale, autentico, è sempre nato a sinistra, mai a destra: ciò è vero tanto per Gustave Hervè (fondatore di un effimero Parti Socialiste National), quanto per Valois (che negli anni Trenta tornò a sinistra e morì poi a Buchenwald) e Doriot, l' ex dirigente comunista che avrebbe prestato servizio sul fronte dell' Est in uniforme da ufficiale tedesco, per arrivare sino a Marcel Deat, ex ministro socialista ritrovatosi nel 1941 nel Rassemblement National Populaire, assieme a ex compagni socialisti e sindacalisti.
Deat, che nel 1926 era stato eletto deputato socialista, nel 1932 fece pubblicare il suo "Perspectives socialistes" nella casa editrice di Valois: quell' opera, che attaccava l' essenza del socialismo ortodosso e la sostituiva con l' idea di una grande coalizione anticapitalista, segnò la nascita di un nuovo socialismo nazionale, autoritario e antimarxista.
Due anni dopo la SFIO si scrisse, dando spazio all' emersione dei "neos", ossia i neosocialisti dell' ala destra che avevano in Deat il loro riferimento teorico: nel 1936 lo stesso Deat era ministro dell' aviazione, e in quella veste si opposte ad ogni provvedimento di mobilitazione contro la marcia dei nazionalsocialisti tedeschi nella Renania smilitarizzata a Versailles.
Collocato in campo pacifista, sarebbe divenuto uno dei maggiori sostenitori dell' accordo di Monaco e più tardi, insieme a Doriot, della collaborazione con il nazionalsocialismo, visto come la grande rivoluzione sociale del XX secolo.
Nel dicembre 1941 fondò il Rassemblement National Populaire che, nelle sue intenzioni, sarebbe dovuto divenire il partito unico a guida di una seconda rivoluzione francese, seguendo il modello dell' hitlerismo.
Incluso Deat, la direzione del movimento contava 14 membri, otto dei quali provenienti dalla sinistra o dall' estrema sinistra: il suo settimanale, "Le National Populaire", cominciò a partire dalla sua apparizione nel giugno 1942 una lunga campagna per una Carta del Lavoro incentrata sui diritti degli operai e per un sindacalismo corporativo ma efficace.
Il RNP si collocava chiaramente all' estrema sinistra del collaborazionismo, in una posizione paragonabile soltanto a quella della Repubblica di Salò: un fascismo libero da compromessi col potere, ma proprio per questo irreale.
La destra tradizionale aveva conservato troppa forza per dover lasciare strada al nazionalsocialismo di un Deat o un Doriot, e la stessa sconfitta del 1940 non aveva lasciato un vuoto, ma sostituito un' elite con un' altra.
Alla base dei successi fascisti non vi è mai stata, in realtà, la forza della destra tradizionale, ma piuttosto la sua debolezza: e in Francia la destra si è sempre dimostrata talmente in grado di salvaguardare gli interessi dei suoi sostenitori da non dover mai ricorrere ai fascisti.
[pagebreak]
III. Connessioni tra regime autoritario e movimento fascista: il caso spagnolo
In Spagna, il fascismo generico fu il prodotto di frange intellettuali: i denominatori comuni dei dieci giovani che nel 1931 formarono la prima associazione fascista era il trascorso di studenti all' Università di Madrid e uno sfondo sociale identificabile nella classe media.
La testata del loro organo settimanale "La Conquista del Estado" derivava da un periodico fascista italiano, ma la loro dottrina prendeva il nome di "sindacalismo nazionale" ed essi preferivano evitare la definizione di fascisti.
Questo gruppo nazional-rivoluzionario, denominato Juntas de Ofensiva Nacional-Sindacalista e capeggiato dal giovane impiegato Ramiro Ledesma Ramos, rivolse i suoi più energici appelli alla CNT, la confederazione operaia anarco-sindacalista, cercando di "nazionalizzare" l' anarchismo spagnolo così come era avvenuto in Italia tra il 1911 e il 1922.
Malgrado i toni economico-rivoluzionari di Ledesma Ramos, tuttavia, il tentativo sfociò in un fallimento, perchè l' anarchismo spagnolo non si prestava a operazioni di questo tipo e il nazionalismo in seno alla classe media spaziava dalla debolezza all' inesistenza.
Il tono dell' altro gruppo jonsista, radicatosi a Valladolid era notevolmente diverso perchè espressione del cattolicesimo della classe media di provincia: il richiamo del suo leader Onesimo Redondo Ortega ai salutari interessi agricoli, messi a confronto col degrado morale della città e dei ceti urbani, procedeva in parallelo con l' appello del fascismo agrario di altre nazioni.
Nel 1933, l' idillio tra la sinistra e la destra del repubblicanesimo spagnolo era finito: gli anarco-sindacalisti scatenavano le loro offensive e il partito socialista passava da una posizione semiriformista alla "bolscevizzazione".
A ciò si era aggiunta la parziale autonomia regionale della Catalogna, che ebbe l' effetto di radicalizzare il nazionalismo catalano, mentre un analogo movimento si sviluppava in scala minore nei Paesi Baschi.
Alla metà del 1933 cominciava a prender piede tra le classi medie e superiori una reazione contro l' influenza dell' anticlericalismo, delle agitazioni sociali e delle rivendicazioni autonomistiche: suo principale protagonista fu il nuovo movimento cattolico della classe media, la Confederacion Espanola de Derechas Autonomas che alle elezioni si affermò come il primo partito.
La CEDA evitava le violenze di piazza ma, al pari dei movimenti più radicali, adottava per i suoi giovani un' uniforme e un saluto simile a quello fascista.
Agli elementi del nazionalismo radicale queste concessioni non potevano bastare, quindi essi si coalizzarono intorno a Josè Antonio Primo de Rivera, figlio dell' ex dittatore Miguel che aveva retto il paese tra il 1923 e il 1930.
Determinato a completare il disegno paterno per rimpiazzare il sistema parlamentare e coordinare gli interessi sociali ed economici, riuscì molto più facilmente dei jonsisti a procurarsi i sostegni finanziari necessari.
La sua Falange Espanola, fondata nell' ottobre 1933, ottenne un particolare successo presso gli ex monarchici, gli ex membri dell' Unione Patriotica (il partito unico di Miguel Primo de Rivera) e i giovani ufficiali, concentrati principalmente a Madrid, nell' Andalusia occidentale e in alcuni capoluoghi.
Le JONS, spinte dalla scarsità di adesioni e soprattutto di fondi, accettarono la fusione nella nuova Falange de la JONS l' anno successivo.
Tra il 1933 e il 1945, la Falange affrontò il problema di definire se' stessa come una forma effettiva e genuina di nazionalismo radicale con una base d' appoggio significativa: ma l' opposizione della classe media al radicalismo delle sinistre non lasciava spazi a destra, essendo ormai monopolizzata dalla CEDA e, in misura minore, dai monarchici carlisti e alfonsini.
La Falange cercò allora di far sempre maggiore appello alla sinistra accentuando la linea jonsista e causando ben presto il ritiro di alcuni finanziatori, mentre la Confederazione dei lavoratori nazional-sindacalisti lanciata da Josè Antonio languiva per carenza d' iscritti.
Nei primi mesi del 1936, la Falange di Madrid si aggirava sui 2.000-3.000 membri, più della metà dei quali iscritti al sindacato studentesco: nel suo configurarsi come movimento nazionalista radicale, basato principalmente sul sostegno studentesco e ideologicamente radicato nella religione nazionale, somigliava quindi alla più forte Legione dell' Arcangelo Michele rumena.
Il risultato elettorale, tanto nelle elezioni del 1933 quanto in quelle del 1936, fu insignificante: nell' ultima campagna, con l' 1.74% dei voti, rappresentò il peggior risultato di un partito fascista continentale, Polonia esclusa.
La situazione cominciò a mutare col crollo del sistema costituzionale nella primavera del 1936, che condusse ad una rapida polarizzazione tra l' eterogenea sinistra pararivoluzionaria e i vari elementi della destra controrivoluzionaria, con un fascismo molto accresciuto di prestigio.
Per la Falange l' opportunità giunse tardi e in circostanze sbagliate, dal momento che essa era già stata messa fuori legge dal governo repubblicano nel marzo dello stesso anno e obbligata ad una clandestinità che di fatto minava le sue possibilità di mobilitare un sostegno di massa.
La guerra civile, che scoppiò nel luglio 1936, si trasformò rapidamente in una lotta tra rivoluzionari e controrivoluzionari: l' imporsi della direzione accentratrice di Franco seguiva la tendenza di tutte le coalizioni controrivoluzionarie ad affidarsi, in caso di conflitti interni, a militari di professione (Kolchak, Mannerheim, Horthy) anzichè uomini politici.
I fascisti non furono in questo contesto ne' partner ne' alleati alla pari, ma ausiliari civili in subordine: anche qui, il parallelo con le situazioni della Romania e dell' Ungheria sotto le dittature autoritarie è sorprendente.
Il gruppo dirigente della Guardia di Ferro fu in gran parte assassinato dal regime di re Carol nel 1938, mentre diversi capi della Falange (inclusi Primo de Rivera, Ledesma Ramos e Redondo) vennero fucilati dai repubblicani.
Nel 1937, la Falange venne riorganizzata su basi burocratiche e statali e trasformata in organo politico del regime militare, esattamente come, sia pur in modo molto più cruento, sarebbe avvenuto in Romania nel 1941.
Una delle principali funzioni della Falange durante la guerra fu quella di mobilitare i volontari per lo sforzo bellico nazionalista, compito particolarmente importante soprattutto nei primi nove mesi e cioè quando l' esercito nazionalista non aveva ancora la propria struttura di reclutamento.
Il volontariato falangista, affiancato in misura minore da quello carlista, costituì in alcuni distretti un plebiscito di entusiasmo politico, benchè molti dei filonazionalisti non fossero affatto filofalangisti e aderissero alle organizzazioni del partito solo perchè erano le forze paramilitare più attive.
Con il riconoscimento ufficiale di Franco, la Falange divenne una formazione patriottica sempre più eterogenea e destinata a sbiadirsi gradualmente.
La Vecchia Castiglia-Leon, il distretto rurale medio-inferiore per eccellenza che era stato sensibile a gran parte della propaganda delle JONS e ad uno dei pochi gruppi falangisti consistenti, non contribuì in modo proporzionato.
Lo stesso si può dire della Galizia, a carattere più composito; furono le aree rurali più "proletarie", come l' Estremadura e l' Andalusia, a confermare il loro apporto, mentre il maggior sostegno venne dalla Navarra e poi dall' Aragona.
I fattori dominanti non sembrano essere stati tanto quelli di classe, quanto piuttosto la situazione militare e politica locale e, nel caso della Navarra, la cultura tradizionalmente cattolico-carlista della provincia.
Nel nuovo partito di Stato voluto da Franco confluirono tutte le forze politiche che sostenevano la lotta nazionalista, sotto il nome di Falange Espanola Tradicionalista de la JONS: così nessun vero falangista entrò nel gabinetto franchista fino al 1938 e la neonata FET si trasformò in una sfocata organizzazione patriottica per i sostenitori del regime.
Nei primi anni Quaranta, tuttavia, il movimento conservava uno zoccolo duro autenticamente fascista, che certo avrebbe acquisito maggior importanza se la Germania avesse vinto il conflitto mondiale.
Invece, il declassamento del concetto stesso di totalitarismo ebbe inizio nel 1942, in coincidenza col mutare delle sorti della guerra, e già dal 1945 incominciò una "defascistizzazione" su larga scala.
Il Movimiento-Organizacion FET si trovò sempre più declassato ma non fu mai abolito, sia in occasione dei tentativi del regime di sfuggire alla collera degli Alleati sia nel corso della più genuina liberalizzazione del dopoguerra.
Un processo evidentissimo nel caso della SEU, il sindacato degli studenti universitari che costituiva l' unico "nocciolo duro" antecedente al 1936: acquisito il monopolio sull' organizzazione studentesca negli anni Quaranta, si sclerotizzò sino a raggiungere dimensioni microscopiche negli anni Settanta.
Restare o entrare nel Movimiento-Organizacion dopo il 1945 significò un' attività cerimoniale con scarse opportunità d' iniziativa politica: molti degli stessi capi falangisti si ritirarono per passare a lucrose professioni.
Nella seconda metà degli anni Sessanta, il partito di regime venne ad assumere infine la funzione di una specie di senato putativo e ancora al tramonto della dittatura, nel 1974, il primo ministro Carlos Arias Navarro aveva tentato di farne lo strumento di rappresentanza di diverse tendenze politiche, in luogo di un vero sistema partitico elettivo.
[pagebreak]
IV. La "rivoluzione legale" di Rex e Verdinaso in Belgio
Come tutti gli altri paesi europei, il Belgio fu scosso da una serie di crisi nel periodo tra le due guerre: la prima fu una crisi di coscienza che colpì gli ex combattenti della Grande Guerra, trasformando un certo numero di loro in pacifisti coscienti degli orrori dei conflitti moderni e molti altri in militaristi, convinti che solo un esercito forte li avrebbe difesi da altre catastrofi belliche.
In aggiunta a ciò vi fu in un certo numero di nazioni, e in modo molto evidente in Belgio, una crisi del sistema politico causato dal logorio dei partiti tradizionali e dalla loro inadeguatezza alla nuova situazione creata dall' introduzione del suffragio universale maschile del 1919.
Infine, vi era una crisi economica e sociale che coinvolgeva particolarmente le classi medie e gli operai e che gettò luce sugli scandali e sui legami che collegavano i circoli dell' alta politica a quelli delle istituzioni finanziarie.
Anche la Chiesa cattolica svolse un ruolo importante: sotto l' influenza del fascismo italiano, nel 1925 essa istituì il culto e la celebrazione del "Cristo Re" e una rete di movimenti giovanili tesi a rafforzare la lotta contro il social-comunismo servendosi anche di un aspetto e una terminologia paramilitari.
Tutti questi fenomeni crearono in Belgio un' atmosfera filofascista divenuta però evidente solo nelle elezioni del 1936, caratterizzate dall' enorme ondata dei fascisti di Rex che ottennero allora 21 seggi in un colpo solo.
Questo successo si verificò principalmente a spese dello storico partito cattolico di governo, scosso dalla crisi e dagli scandali; il partito socialista slittò rapidamente a sinistra, mentre i nazionalisti fiamminghi raddoppiavano i loro consensi sfruttando le difficoltà economiche delle aree rurali.
Nel 1939, tutto era tornato nella norma: nei partiti tradizionali, i vecchi leader avevano lasciato il posto ai giovani; un governo forte aveva rimesso in sesto l' economia prendendo in considerazione alcuni degli scopi di Rex; infine, la minaccia esterna e l' atteggiamento dei movimenti fascisti nel paese provocarono la reazione di gran parte dei Belgi.
Si distinguono due periodi cruciali per la nascita di partiti fascisti belgi, ossia quello dell' immediato dopoguerra e quello successivo alla grande crisi degli anni Trenta: nel primo vi furono solo gruppi nazionalisti, ma di due tipi.
Vi erano i nazionalisti fiamminghi che si battevano per per la creazione di uno Stato federale o per l' annessione all' Olanda, e i nazionalisti valloni intenzionati al contrario a rafforzare lo Stato unitario sotto la forte guida del re.
Il principale movimento fiammingo, il Vlaamsche Front o Frontpartij (Partito del Fronte) nacque nel 1917 come Frontbeweging e si diffuse in forma clandestina tra i soldati fiamminghi dell' esercito belga: si trattava essenzialmente di una reazione alla "francesizzazione" dell' establishment.
Trasformatosi in partito democratico, costituito principalmente da ex combattenti ed ex attivisti filotedeschi, nelle città di Gent e Anversa contava tra i suoi iscritti una maggioranza di persone di sinistra: i suoi adepti provenivano dalle classi medie e, eccetto quello operaio, si trattava degli stessi ambienti in cui era nato il nazionalismo fiammingo del XIX secolo.
Nel 1931 uno dei suoi dirigenti, Joris Van Severen, si staccò dal Frontpartij e fondò il Verbond van Dietsche Nationaal-Solidaristen o Verdinaso (ossia Federazione dei nazional-solidaristi olandesi): questa scissione provocò una crisi tra gli altri gruppi, che portò alla costituzione, nel 1933, di una federazione chiamata Vlaamsch Nationaal Verbond (VNV).
Il suo leader Staff Declerq, a partire dal 1937, trasformò la federazione democratica in un movimento fascista modellato e finanziato dalla NSDAP tedesca, benchè il suo gruppo parlamentare rimanesse moderato.
E' interessante notare che, salvo casi individuali, il VNV nel suo insieme era fortemente antimilitarista e non era ne' antisemita ne' antiparlamentare.
Accanto a questo nazionalismo separatista, esisteva un nazionalismo vallone radicato nell' esperienza bellica del governo esule a Le Havre e dei rifugiati antitedeschi che proposero di ampliare il territorio nazionale a spese della Germania e perfino dell' Olanda e del Lussemburgo neutrali.
Uno di essi, Pierre Nothomb, creò nel 1919 un Comitè de politique nationale che si battè per il mantenimento dello status quo nelle Fiandre, il rafforzamento dell' esecutivo e l' organizzazione corporativa dei sindacati.
Per le elezioni del 1921 questo si trasformò in Parti National Populaire incontrando un clamoroso fallimento che ne determinò, a partire dal 1924, la ricostituzione come Action Nationale, dichiaratamente antidemocratica, antibolscevica e antifiamminga e ispirata al fascismo italiano.
In sostanza, essa non riuscì mai ad imporsi e finì col venire assorbita dal partito cattolico quando lo stesso riservò a Nothomb un posto alla Camera.
Un' altra parte confluì nella Legion Nationale creata nel 1922 da ex combattenti: quando nel 1927 Paul Hoornaert ne divenne capo, la Legion si trasformò in un movimento più espressamente affine al fascismo.
Va però notato che la Legion Nationale si schierò interamente a favore della resistenza armata, e il suo stesso leader morì in campo di concentramento.
Tutti questi nazionalisti borghesi si ispiravano all' Action Française di Maurras, la cui influenza in Belgio si accrebbe parallelamente a quella della monarchia.
La crisi economica del 1930 e la vittoria nazionalsocialista in Germania portò allo sviluppo dei due movimenti autenticamente fascisti: il Verdinaso e Rex.
La fondazione del Verdinaso, avvenuta come s' è detto nel 1931, fu preceduta dalla creazione di una piccola milizia e dell' Unione fiamminga nazionalista, il sindacato "solidarista" ispirato al corporativismo.
Nato a Wakken nel 1894 da una famiglia borghese francofona, Van Severen scoprì al fronte la dottrina elitista dell' Action Française e divenne uno dei capi della Frontbeweging clandestina; dopo la guerra fece carriera come pubblicista e fu eletto deputato del Frontpartij nel 1921.
A partire dal 1928 le sue posizioni si radicalizzarono, spingendolo a invocare la distruzione dello Stato belga e la creazione di un' unione tra Fiandre e Olanda: una svolta inaspettata si ebbe nel 1934, quando con la "nuova direzione di marcia" impressa al suo Verdinaso proclamò che era necessario agire legalmente per edificare un nuovo Stato burgundo che avrebbe dovuto includere l' Olanda, le Fiandre, la Vallonia e le Fiandre francesi.
Nemico della Germania, non nascondeva la sua simpatia per l' Italia e il Portogallo ma, al contrario del VNV, non accettò mai aiuti dall' estero.
Il Verdinaso aspirava ad essere non un partito, ma un "ordine" inteso in senso religioso e "mistico"; non ebbe mai più di 5.000 iscritti, reclutati principalmente tra la classe media e alcuni operai ex democristiani.
Van Severen e il suo movimento esibivano i tipici tratti fascisti nelle manifestazioni pubbliche, con raduni annuali e milizie paramilitari; anche sotto l' aspetto dottrinale il Verdinaso accettava principi-chiave del fascismo come il culto del Capo, l' antiparlamentarismo, il corporativismo e il razzismo.
Verso la fine della sua vita, iniziarono a manifestarsi i primi dissensi, ma lo scioglimento giunse solo dopo la fucilazione di Van Severen nel 1940 ad opera dei soldati francesi: dopodichè, alcuni dei suoi ex membri presero parte alla resistenza, altri alla collaborazione con la Germania nazionalsocialista.
Come il fiammingo Verdinaso, il suo gemello e antagonista vallone Rex fu un one-man party diretto da un capo carismatico, Leon Degrelle.
Nato a Bouillon nel 1906, anch' egli fu influenzato dall' Action Française e si segnalò come pubblicista di talento, arrivando a dirigere una rivista studentesca e la casa editrice Rex per conto delle gerarchie ecclesiastiche.
Sotto la sua guida, Rex avviò una serie di iniziative editoriali di successo diffuse da un' organizzazione pubblicitaria estesa in tutto il paese, tanto da indurre il partito cattolico a rivolgersi a Degrelle per la propaganda elettorale.
Forte dei suoi risultati, Degrelle iniziò ad occuparsi più diffusamente di politica e ad assumere una posizione critica nei confronti dei deputati cattolici coinvolti negli scandali finanziari: la sua svolta indusse l' Azione Cattolica a ritirarsi dalla casa editrice e portò alla costituzione di Rex in partito politico.
Nel 1935 il partito cattolico ruppe le relazioni con Degrelle, che da parte sua intensificava ulteriormente l' azione di denuncia e moralizzazione.
Come Van Severen, Degrelle rifiutava di far identificare Rex come un "partito" e propugnava un programma filofascista e demagogico: 1. un esecutivo forte e dei referendum popolari, 2. la riduzione del ruolo del Parlamento, 3. l' organizzazione corporativa, 4. la sostituzione del suffragio universale con un suffragio familiare, 5. l' istituzione di una magistratura del lavoro e di una "carta del lavoro", 6. una campagna contro la disoccupazione.
Ma Degrelle non incarnava nessun programma: era prima di tutto un grande oratore, un propagandista di talento che sapeva gestire bene quello che il sovrano belga aveva definito il "Rex-appeal".
Contava su simpatie potenti nel mondo degli affari e nella magistratura, oltre che su simpatizzanti entusiasti e disposti ad abbonarsi al suo "Le Pays reel", il quotidiano lanciato alla vigilia delle elezioni del 1936.
Nell' ottobre del 1936 un gruppo di alti ufficiali gli offrì i servizi dell' esercito per un colpo di Stato, che egli tuttavia volle rifiutare.
E' degno di nota il fatto che Rex ottenne i migliori risultati nei distretti non industrializzati della Vallonia e nei distretti industrializzati delle Fiandre, dove aveva un buon insediamento anche il Verdinaso (che perseguiva una campagna astensionista) e dove viveva la borghesia francofona.
Abbagliato dal successo del 1936, Degrelle sperò di creare una situazione di crisi permanente attraverso dimissioni a catena dei deputati rexisti che rendessero necessarie le elezioni suppletive.
Cominciò a Bruxelles nel 1937, presentandosi alle elezioni suppletive contro l' ex primo ministro Paul van Zeeland, candidato di spicco dei cattolici ma sostenuto da tutti gli antirexisti, comunisti inclusi, con l' eccezione dei nazionalisti fiamminghi che conclusero invece un accordo con Degrelle.
Rex, boicottato dalle gerarchie ecclesiastiche che Degrelle aveva imprudentemente chiamato in causa, ottenne il 19% (69.000 voti) contro l' ampio risultato del 75.8% (276.000 voti) conseguito da van Zeeland.
In cifra assoluta, i consensi aumentarono rispetto al 1936, ma il fatto di non aver ottenuto quella vittoria in cui i rexisti credevano fermamente sancì una bruciante sconfitta morale e l' inizio di dissidi interni tra i dirigenti.
Nel 1939, nessuno dei "capi storici" era più in carica: il movimento venne riorganizzato con un congresso in stile nazionalsocialista, un comitato di controllo politico e una radicalizzazione dei toni e dello stile.
Fu a questo punto che nella propaganda rexista fece la sua comparsa l' antisemitismo, fino ad allora pressochè sconosciuto.
Le elezioni comunali del 1938 confermarono il calo di Rex, fermo all' 11% nella capitale; le elezioni legislative del 1939 videro scendere il numero dei rappresentanti parlamentari da 21 a 4 e la percentuale dall' 11.5% al 4.4%.
Così il rexismo si ridusse ad una "minoranza attiva": considerate assieme, le due ali radicali dello scenario politico, ossia fascisti e comunisti, alla vigilia della seconda guerra mondiale raccoglievano solo il 20% degli elettori.
In sintesi, si può notare che:
1. il nazionalismo agì da catalizzatore durante la prima guerra mondiale per entrambi i gruppi etnici del paese, manifestandosi poi attraverso movimenti estranei allo spettro dei partiti politici tradizionali
2. il fascismo in Belgio trasse ispirazione principalmente dal modello italiano, come risulta sia dal richiamo comune alla "latinità", sia dal rapporto con la Chiesa cattolica: eccettuato il caso del VNV, l' influenza del nazionalsocialismo rimase limitata alle dimostrazioni pubbliche e allo stile
3. più che di un fascismo belga, ossia un partito nazionale fascista di massa, si può parlare di fascismo in Belgio e di piccoli partiti fascisti
4. nessuno di questi movimenti aveva un programma di politica estera consistente, ma l' antimilitarismo ispirato dall' orrore per la carneficina del 1914-1918 ispirò in generale una posizione pacifista e neutralista
Non possono essere considerati autenticamente fascisti i gruppi che si basano soltanto su un rafforzamento del potere esecutivo a scapito delle istituzioni parlamentari: i maggiori partiti politici che sperimentarono un culto del capo, i centri di studio per la riforme dello Stato e le associazioni giovanili cattoliche sono dunque stati influenzati solo dallo stile del fascismo.
E' più difficile formarsi un' opinione su Rex e i nazionalisti fiamminghi, che non rifiutavano il sistema parlamentare e aderivano ad un nazionalismo vicendevolmente contraddittorio, benchè centrato in ambedue i programmi su una riforma dello Stato in senso corporativo.
La struttura gerarchica dei due principali partiti fascisti (Rex e VNV), con un capo al vertice della piramide, li rendeva molto più efficaci per un' azione diretta che non come dottrina politica mirante a riformare lo Stato.
Di certo, dopo il biennio 1936-1937 subirono un' evoluzione in senso più marcatamente fascista, ma potrebbero comunque essere classificati come parafascisti piuttosto che fascisti tout-court.
Non è casuale che abbiano entrambi scelto la collaborazione con l' Asse solo dopo il 1940, e del resto i motivi che spinsero i fiamminghi di Declerq a questa scelta erano opposti a quelli che animavano i valloni di Degrelle.
I primi utilizzarono la partecipazione al conflitto come mezzo per veder riconosciuta la propria autonomia (esattamente come era successo nel primo conflitto mondiale), i secondi intendevano invece garantire al Belgio unito un futuro nel "Nuovo Ordine" che sarebbe stato imposto dalle armate hitleriane.
Restano i due movimenti fascisti a tutti gli effetti che sono sempre stati paragonati all' ideologia mussoliniana, ossia Legion Nationale e Verdinaso: stranamente, tuttavia, furono proprio questi ad organizzare una resistenza armata contro il nemico (in misura maggiore nel caso della Legion).
Per quale motivo il fascismo non produsse fenomeni di massa in Belgio, pur essendo presenti tutte le precondizioni necessarie?
La risposta a questo interrogativo va cercata innanzitutto nei contraddittori sentimenti nazionali dei due gruppi etnici: mentre il nazionalismo fiammingo era un' espressione del romanticismo politico, quello vallone era piuttosto un antinazionalismo generato in funzione difensiva.
Tutti i tentativi di sopprimere l' antagonismo tra i due gruppi (testimoniati ad esempio dall' accordo sul sostegno alla candidatura di Degrelle a Bruxelles) fallirono e produssero in molti militanti di ambedue le comunità un sentimento di disagio e sospetto verso l' ortodossia nazionalista.
La frattura tra due nazionalismi che si annullavano a vicenda ebbe inoltre l' effetto di rivitalizzare i partiti tradizionali in crisi, cosicchè in nessun momento il governo si trovò di fronte ad un blocco che potesse mettere seriamente a repentaglio l' esistenza del sistema parlamentare e dello Stato unitario.
[pagebrak]
V. Le radici del consenso fascista in Ungheria
L' emergere in Ungheria dei primi movimenti di estrema destra, che si definivano apertamente nazionalsocialisti, risale al periodo della grande crisi economica tra il 1929 e il 1933, ma fino al 1935-1936 essi non riuscirono a rappresentare forze elettoralmente considerevoli.
La maggioranza di questi movimenti erano varianti modernizzate dei vecchi raggruppamenti razzisti attivi in seno alla classe media o ai ceti contadini; solo la Croce Scitica di Boszormeny, sostenuto dalla piccola nobiltà, riuscì ad attirare seguaci tra gli strati più bassi dei distretti rurali.
Nella seconda metà del 1937 i nazionalsocialisti allargarono la loro influenza di massa in forza di due eventi: 1. l' accostarsi di parte della classe media alle Croci Frecciate, 2. i tentativi dei vari partiti fascisti di formare una coalizione.
Le Croci Frecciate divennero un movimento di massa tra l' inizio del 1938 e la metà del 1939, grazie soprattutto all' incremento su larga scala di appoggi politici, ideologici e finanziari da parte della Germania di Hitler.
La classe dirigente del partito di Ferenc Szalasi era costituita principalmente da ufficiali dell' esercito, impiegati pubblici, intellettuali e aristocratici.
Una funzione particolare all' interno della base era ricoperta da un gruppo di attivisti incaricato dell' organizzazione propagandistica ma anche di gesti terrotistici e campagne antisemite: essi erano la "coscienza rivoluzionaria" delle Croci Frecciate e il loro strumento di mobilitazione di massa.
Al pari di altri partiti fascisti, le Croci Frecciate guadagnarono terreno grazie ad uno sviluppo improvviso: nel luglio 1938 i tesserati erano ancora poco più di 10.000, ma un anno e mezzo dopo superavano i 200.000; al culmine del successo, i vertici stimavano la loro forza tra i 250.000 e i 300.000 tesserati.
Nel decisivo biennio 1938-1939 l' influenza dei fascisti coinvolse, oltre a quei ceti medi ai quali hanno fatto appello praticamente tutte le sigle classificate nella categoria ideologica del fascismo, anche un certo insieme di operai specializzati, un segmento di operai delle industrie minori e un numero crescente di minatori, che rimasero però privi di organizzazione.
Le elezioni del 1939 videro quindi molti cambiamenti rispetto alla tornata del 1935: il partito di governo, denominato partito della vita ungherese, mantenne la stessa proporzione di seggi pur essendosi spostato molto più a destra.
Il partito cristiano, suo alleato, calò invece da 14 a 4 seggi: del suo collasso si avvantaggiarono in modo spettacolare i nazionalsocialisti.
Mentre i tradizionali partiti d' opposizione, quello dei piccoli proprietari e quello socialdemocratico, persero complessivamente più della metà dei propri rappresentanti, le sigle fasciste videro aumentare i loro seggi da 2 a 49, 31 dei quali appartenenti alle Croci Frecciate.
Di tutti i voti validi, circa 2.600.000, le Croci Frecciate e i gruppi simili se ne aggiudicarono più di 900.000, con un successo particolarmente corposo nella zona di Budapest, soprattutto nelle periferie e nella contea di Pest.
Un fenomeno notevole è che nei collegi dove le Croci Frecciate non avevano presentato candidati i piccoli proprietari erano rimasti la principale forza d' opposizione, ma laddove esse erano scese in campo avevano ottenuto nella maggior parte dei casi il primo posto dietro al partito di governo.
Circa la base sociale propria del movimento di massa fascista in Ungheria si possono indicare tre caratteristiche specifiche:
1. il gran numero di elementi proletari tra attivisti e simpatizzanti
2. l' instabilità di questa base popolare, che determinò un declino rapido: nel 1943 il numero degli iscritti era sceso ad un quarto rispetto al 1939
3. l' elevato numero di simpatizzanti che non abbracciarono in toto l' ideologia fascista, più vasto di quanto i dati elettorali sembrino suggerire benchè la base del fascismo tra il 1938 e il 1940 fosse ampia (il 25% dell' elettorato)
In Ungheria, il principale movente del voto fascista non risiedeva infatti nella delusione verso la democrazia, ma fu piuttosto il risultato dell' attivazione delle masse polticamente attive da parte di un regime autocratico.
[pagebreak]
Conclusione: che cos' è il fascismo?
Senza dubbio resta ancora molto da fare per concentrare gli apporti di decenni di studi in una definizione attendibile e condivisa dell' essenza di un fenomeno complesso quale è stato il fascismo.
Tuttavia, dall' esame dei materiali che il dibattito scientifico ha sin qui accumulato sono già state tratte diverse definizioni sintetiche dei caratteri comuni delle esperienze fasciste, aldilà della loro accertata multiformità.
Per giungere a tal fine, è inevitabile scartare, come soggetto d' analisi, l' ideologia fascista, per la sua eccedenza rispetto ai propositi di un' analisi generalizzante: troppe sono le fonti alle quali si deve fare riferimento nel tentativo di individuare le coordinate ideologiche del fascismo, e troppo soggettivi e arbitrari rischiano di essere i criteri di selezione delle stesse.
Problemi opposti provoca l' analisi dei soli regimi fascisti, poichè in questo caso l' osservazione offre elementi troppo scarsi e selettivi e, se da un lato esclude tutti i gruppi che si batterono per l' affermazione di ideali fascisti senza successo, dall' altro include individui, attori collettivi e istituzioni che vi restarono coinvolti in virtù di cooptazioni, compromessi e condizionamenti.
L' unica soluzione accettabile sembra dunque essere la scelta, come oggetto di studio, dei movimenti attraverso i quali si è esplicato il fascismo: dei loro ideali come della loro prassi, dei periodi di azione in concorrenza con gli altri soggetti politici come delle eventuali fasi di monopolio del potere.
Una sobria e recente definizione in questo senso è stata offerta da Marco Tarchi, il quale propone, alla luce dei risultati storici, politologici e sociologici condotti sino ad oggi su dati empirici, di considerare fascisti i gruppi che:
1. aspirano a fondere tutto il popolo, di cui si considerano l' avanguardia cosciente, in una comunità nazionale organica espressa dallo Stato
2. esaltano il sentimento di identità nazionale e promettono di ravvivare e aggiornare per il futuro le tradizioni che ne sono alla base
3. contestano la democrazia parlamentare fondata sul pluralismo dei partiti, perchè foriera di divisioni in seno al popolo
4. mirano a sradicare il conflitto di classe - al quale contrappongono quello di funzione, che assegna pari dignità etica ad ognuno dei componenti del popolo - attraverso l' instaurazione di un sistema corporativo o collaborativo, basato essenzialmente sulla solidarietà collettiva
5. accettano e promuovono la violenza come strumento di azione politica legittima in casi di emergenza e per la difesa degli interessi nazionali
6. affermano il primato della politica sull' economia e intendono porre il capitale e la proprietà privata al servizio della comunità
7. difendono una concezione del mondo che oppone la spiritualità al materialismo, esaltando il ruolo delle elites e delle personalità carismatiche purchè si pongano al servizio della comunità nazionale
8. si prefiggono l' instaurazione di un regime monopartitico volto a integrare, educare e mobilitare il popolo al fine dell' edificazione di un nuovo ordine sociale e culturale, sotto la guida di un capo
Taluni dei movimenti fascisti hanno mostrato anche altri connotati aggiuntivi oltre a quelli elencati, ma in nessuno tali caratteristiche sono risultate assenti.
E' dunque da una identificazione parsimoniosa degli elementi distintivi che occorre ripartire per fissare, una volta per tutte, un quadro concettuale adatto a descrivere la dinamica del fenomeno fascista, ancora in parte da esplorare.
[pagebreak]
RIFERIMENTI ESSENZIALI:
S. PAYNE, Il concetto di fascismo, in S. LARSEN, B. HAGVET, J. P. MYKLEBUST (a cura di), Who were the fascists?, Bergen 1980 (trad. it I fascisti, Ponte alle Grazie, Firenze 1996), pagg.17-30
B. HAGVET, R. KUHNL, Approcci contemporanei allo studio del fascismo: un esame dei principali paradigmi, in S. LARSEN, B. HAGVET, J. P. MYKLEBUST (a cura di), op. cit., pagg. 31-58
S. ANDRESKI, I fascisti come moderati, in S. LARSEN, B. HAGVET, J. P. MYKLEBUST (a cura di), op. cit., pagg. 59-63
A. MILWARD, Verso un' economia politica del fascismo, in S. LARSEN, B. HAGVET, J. P. MYKLEBUST (a cura di), op. cit., pagg. 64-74
B. HAGVET, S. ROKKAN, Le condizioni della vittoria fascista: verso un modello geoeconomico-geopolitico per la spiegazione del violento crollo della politica di massa in sistemi politici pluralistici, in S. LARSEN, B. HAGVET, J. P. MYKLEBUST (a cura di), op. cit., pagg. 148-170
J. J. LINZ, Lo spazio politico e il fascismo come late-comer: condizioni che hano condotto al successo o al fallimento del fascismo come movimento di massa nell' Europa tra le due guerre, in S. LARSEN, B. HAGVET, J. P. MYKLEBUST (a cura di), op. cit., pagg. 171-214
Z. BARBU, Prospettive psico-storiche e sociologiche sulla Guardia di Ferro, il movimento fascista rumeno, in S. LARSEN, B. HAGVET, J. P. MYKLEBUST (a cura di), op. cit., pagg. 425-443
M. LACKO, Le radici sociali del fascismo ungherese: le Croci Frecciate, in S. LARSEN, B. HAGVET, J. P. MYKLEBUST (a cura di), op. cit., pagg. 444-468
S. PAYNE, La composizione sociale e la forza regionale della Falange Spagnola, in S. LARSEN, B. HAGVET, J. P. MYKLEBUST (a cura di), op. cit., pagg. 475-488
Z. STERNHELL, Le linee-guida del fascismo francese, in S. LARSEN, B. HAGVET, J. P. MYKLEBUST (a cura di), op. cit., pagg. 538-562
L. SCHEPENS, Fascisti e nazionalisti in Belgio 1919-1940, in S. LARSEN, B. HAGVET, J. P. MYKLEBUST (a cura di), op. cit., pagg. 563-579
P. H. MERKL, Comparare i movimenti fascisti, in S. LARSEN, B. HAGVET, J. P. MYKLEBUST (a cura di), op. cit., pagg. 849-886
M. TARCHI, Il ruolo dei movimenti fascisti nella crisi delle democrazie europee tra le due guerre mondiali, in "Trasgressioni" numero 34 (gennaio-aprile 2002), pagg. 89-124
M. TARCHI, Fascismo. Teorie, intepretazioni e modelli, Laterza, Roma-Bari 2003