Come e perchè si affermarono i movimenti fascisti?
I DILEMMI DEL FASCISMO
di Andrea Cascioli
Come e perchè si affermarono i movimenti fascisti?
Introduzione: i problemi di definizione del fascismo
Linee-guida e paradigmi di studio del fascismo
I. Le "teorie generali" sul fascismo:
Le teorie marxiste
Le teorie della "crisi morale"
Le teorie psico-analitiche
Le teorie della società di massa
Le teorie degli "stadi di crescita"
Le teorie del totalitarismo
Le teorie della modernizzazione
Le teorie della "classe media"
Le teorie del "late-comer"
<u>Varietà e peculiarità dei movimenti fascisti</u>
I. Le differenze rispetto ai regimi autoritari e alla destra
II. Le caratteristiche dell' economia politica del fascismo
III. Le condizioni dell' affermazione fascista
<u>Analisi comparata delle più originali esperienze fasciste</u>
I. Il misticismo fascista della Guardia di Ferro rumena
II. L' anomalia francese: dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo "operaio"
III. Connessioni tra regime autoritario e movimento fascista: il caso spagnolo
IV. La "rivoluzione legale" di Rex e Verdinaso in Belgio
V. Le radici del consenso fascista in Ungheria
<u>Conclusione: che cos' è il fascismo?</u>
Introduzione: i problemi di definizione del fascismo
L' aspirazione a elaborare una teoria generale del fascismo risale alla marcia su Roma, ma non si è concretizzata, finora, in alcuna proposta soddisfacente.
Le ragioni dell' impasse sono molteplici e di varia natura; tra le più evidenti, il quasi-monopolio esercitato per molto tempo dagli storici sull' argomento.
E' mancato quel raccordo interdisciplinare che avrebbe consentito di raccogliere le prove della fondamentale unità di un soggetto di cui si è preferito indagare le singole varietà nazionali e sfaccettature ideologiche.
Sociologi e politologi, in particolare, hanno aggirato la questione di una definizione empirica del fascismo, temendo di non riuscire a sfuggire alla trappola dei giudizi di valore.
Ne sono scaturiti alcuni noti stereotipi: 1. la singolarità di ciascun caso nazionale, 2. la disputa sulla dipendenza dai gruppi economici e il carattere classista del fascismo, 3. l' associazione ad un' "ideologia d' ordine" che ne farebbe una semplice varietà del conservatorismo.
Un primo cambiamento è avvenuto grazie agli studi di Renzo de Felice, che hanno sollevato due temi cruciali anche in prospettiva sociologica e politologica: 1. l' identificazione di una categoria sociale "motrice" dell' esperienza fascista (quella dei "ceti medi"), 2. la natura del consenso raccolto dal regime in Italia.
Le analisi di de Felice hanno stimolato una serie di interrogativi: 1. perchè negli anni Venti e Trenta si sono creati in quasi tutti i paesi d' Europa dei movimenti etichettati come "fascisti"? 2. perchè in alcune situazioni hanno riscosso forti consensi e in altre no? 3. quali gruppi ne sono stati promotori?
L' incapacità o il rifiuto di guardare alle vicende del primo dopoguerra con gli occhi dei contemporanei ha per molto tempo impedito di dare una risposta alla domanda fondamentale "chi è stato fascista, e perchè?".
Due linee di ricerca (illustrate da studiosi come Hagvet, Rokkan e Linz) tra quelle emerse sono particolarmente significative.
La prima sottolinea la molteplicità di fattori che condussero alla nascita e in alcuni casi al successo dei movimenti fascisti, tra i quali ebbe un peso particolare la crisi dei regimi democratici innescata dalla moltiplicazione dei fronti di scontro sociale e dalla polverizzazione delle identità collettive.
La seconda, che emerge dalla comparazione dei casi nazionali, è la molteplicità di significati che furono assegnati dai simpatizzanti e dagli avversari ai programmi, allo stile e ai messaggi dei fascisti.
Questa linea di ricerca è particolarmente feconda perchè sprona a considerare il fascismo in base sia al progetto che al fatto, come è accaduto per altri fenomeni politici del Novecento.
Il fascismo fu, prima di tutto, una risposta alla scarsa carica identificante che caratterizza le democrazie liberali: per questo, anche ora che la sua parabola storica è definitivamente chiusa, rimane un rivelatore dei motivi d' instabilità che ciclicamente affliggono i regimi pluralistici.
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Linee-guida e paradigmi di studio del fascismo
I. Le "teorie generali" sul fascismo
Come unica forma di radicalismo originale emersa dopo la prima guerra mondiale, capace di contenere molteplici ambiguità se non contraddizioni, il fascismo non si prestava ad una spiegazione monocausale.
Le diverse teorie generali hanno cercato di giungere ad una descrizione della natura sottintesa a questa forma politica, del suo significato complessivo o, più comunemente, delle sue fonti e cause principali.
Le principali linee di ricerca possono essere riassunte in nove categorie.
1) il fascismo come agente violento del capitalismo borghese
2) il fascismo come prodotto di una crisi morale e culturale
3) il fascismo come risultato di impulsi psicosociali patologici
4) il fascismo come prodotto dell' ascesa di masse amorfe
5) il fascismo come conseguenza di un certo stadio di crescita economica, o di una certa sequenza storica dello sviluppo nazionale
6) il fascismo come manifestazione tipica del totalitarismo del XX secolo
7) il fascismo come forma di lotta contro la modernizzazione
8) il fascismo come espressione del radicalismo della classe media
9) il fascismo come "late-comer" in uno spazio politico già occupato
A queste se ne può aggiungere un' altra, oggi molto ridimensionata dalle scienze sociali, che, considerando le differenze tra i movimenti qualificati come fascisti, nega l' esistenza di un "fascismo in generale" e dunque della possibilità di giungere ad una formulazione complessiva su di esso.
Le teorie marxiste
Una delle interpretazioni più datate, più comuni e più ampiamente diffuse è quella secondo la quale il fascismo può essere considerato un agente del "capitalismo", del "capitale finanziario" e della "borghesia".
Questa intepretazione si affermò negli ambienti della Terza Internazionale, venendo adottata successivamente anche da alcuni non comunisti.
Le teorie marxiste hanno come punto accomunante la spiegazione delle forme politiche con riferimento ai modelli economici: gli aspetti di questa relazione tra fascismo ed economia vengono analizzati in modo differente.
Esiste, tuttavia, un generale consenso sul fatto che una particolare attenzione dovrebbe essere prestata all' evoluzione del capitalismo in senso imperialista: è in questo processo che il fascismo avrebbe sviluppato elementi ideologici utili a garantire un sostegno di massa alle politiche imperialistiche.
Il capitalismo è visto inoltre come fonte di quella proletarizzazione dei ceti medi e di quelle crisi economiche che hanno permesso ai partiti fascisti di trasformarsi in movimenti di massa, conducendo in alcuni casi la classe governante a difendere se' stessa rovesciando la legalità parlamentare e instaurando una dittatura fascista che a sua volta, forte del sostegno politico e finanziario dell' alta borghesia, desse nuovo slancio all' imperialismo.
I critici della teoria marxista, come Gregor e de Felice, sottolineano però come in Italia e in Germania il sostegno della grande industria sia andato perlopiù a partiti e movimenti di destra come la DNVP e l' ANI.
Giunti al potere, Mussolini e Hitler manifestarono, secondo questi studiosi, un impegno crescente nel controllare e subordinare gli interessi capitalistici.
Ulteriori problemi suscita la poi scelta, comune a molti studiosi marxisti, di non assegnare un qualsiasi valore alla distinzione tra gruppi autenticamente fascisti e forze della destra conservatrice più autoritaria.
Le teorie della "crisi morale"
E' un' intepretazione proposta da Benedetto Croce e dalla tradizione cattolica, che considerano il fascismo europeo come risultato della frammentazione culturale e del relativismo morale diffusosi alla fine del XIX secolo.
La crisi seguita alla prima guerra mondiale e le sue conseguenze in termini di anomia culturale, conflitto sociale e disorganizzazione economica produssero un collasso spirituale che condusse ad un nuovo nazionalismo radicale.
La debolezza di questo approccio sta nel fatto che esso cerca di spiegare soltanto quali condizioni permisero ai movimenti fascisti di svilupparsi, senza però rendere conto delle loro idee, delle loro forme o dei loro fini.
Diversi studiosi, in polemica con questa intepretazione, sostengono al contrario che il fascismo italiano ha sviluppato un' ideologia coerente, risultato di nuove, specifiche idee culturali, politiche e sociologiche emerse in Europa tra il XIX e il XX secolo, e non a seguito di un collasso culturale nichilistico.
Le teorie psico-analitiche
Vi sono tre principali versioni, considerevolmente diverse tra loro, di questa concezione, legata alle teorie marxiste e oggi molto ridimensionata.
La prima è quella proposta da Erich Fromm, nella quale il fascismo è visto come prodotto di una società centroeuropea borghese e decadente.
Fromm non pone però enfasi sui fattori economici, quanto piuttosto sui sentimenti di isolamento e frustrazione diffusi nella classe media.
Il declino economico spinge questi gruppi sociali a ricercare una compensazione nella sfera morale: da qui la sensibilità all' ideologia dell' onore, del dovere, dell' autorità e del patriottismo.
Un approccio freudiano più estremo è quello di Wilhelm Reich, che vede il fascismo come un problema di repressione sessuale e impulsi sadomasochistici derivati da una società oppressiva e patriarcale.
Una prospettiva diversa può ritrovarsi in Theodor Adorno, secondo cui il fascismo è espressione di certi tratti della "personalità autoritaria".
La debolezza di queste intepretazioni risiede nella loro natura essenzialmente speculativa, nonchè nel carattere riduzionista sottinteso nelle idee sessuali di Fromm e Reich e in quelle sull' autoritarismo di Adorno.
Le teorie della società di massa
E' una teoria che considera il fascismo quale esito di inediti mutamenti qualitativi verificatisi nella società europea, allorchè la tradizionale struttura di classe lasciò spazio ad una vasta popolazione atomizzata e indifferenziata, ossia alle "masse" della società urbana e industriale.
Tale concezione, avanzata da Josè Ortega y Gasset e riformulata - tra gli altri - da Hanna Arendt, enfatizza la natura irrazionale e anti-intellettuale del fascino esercitato dal fascismo sull' "uomo-massa".
Tende, comunque, ad offuscare il contenuto ideologico e i richiami ad interessi tangibili nei programmi e nella pratica dei movimenti fascisti, nonchè i settori sociali nei quali erano comunque identificabili molti dei sostenitori.
Le teorie degli "stadi di crescita"
I quattro precedenti approcci possono essere considerati le concettualizzazioni "classiche", in quanto formulate negli anni Venti e Trenta.
Una prospettiva diversa è emersa in seguito alla sconfitta del fascismo, influenzata dalle idee generali sulla modernizzazione economica e le esperienze delle nazioni del "Terzo Mondo" dopo la decolonizzazione.
La teoria degli "stadi di crescita" sostiene che il processo di modernizzazione e industrializzazione tende a produrre un forte conflitto interno a causa dell' oscillazione del potere tra gruppi economici, o del loro sentirsi minacciati.
Due dei maggiori esponenti di questa tesi sono A.F.K. Organski e Ludovico Garruccio: Organski ha sostenuto che il fascismo emerse nel momento in cui il settore industriale cominciò ad eguagliare in grandezza e forza lavoro il settore primario, creando il potenziale per lo scoppio di duri conflitti sociali.
Tuttavia questo schema intepretativo, modellato sull' Italia, non si adatta alla Germania e alle nazioni che sono passata attraverso questa fase di sviluppo senza comunque aver conosciuto affermazioni significative dei fascisti.
Un modello comparativo più ampio si ritrova invece in Ludovico Garruccio, per il quale il fascismo ha costituito la variante centroeuropea di un periodo di crisi, che normalmente conduce alla formazione di governi autoritari e accompagna lo sforzo delle nazioni nel portare a termine la modernizzazione.
E' una tesi che, pur senza illustrare le peculiarità del fascismo, aiuta a chiarire i rapporti tra fascismo e comunismo, o tra fascismo e autoritarismo.
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Le teorie del totalitarismo
Nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale, quando la minaccia staliniana soppiantò quella hitleriana, alcuni studiosi hanno sviluppato una nuova linea intepretativa secondo la quale il fascismo - e più specificamente il nazionalsocialismo tedesco - non costituisce una categoria particolare, ma piuttosto una manifestazione del totalitarismo.
In questa definizione vengono fatti rientrare i modelli che prevedono: 1. un' ideologia elaborata, 2. un partito unico di massa fortemente gerarchico, 3. una repressione poliziesca e militare, 4. un controllo monopolistico della comunicazione, 5. un controllo burocratico e centralizzato dell' economia.
Questa concezione è stata criticata da quanti, escludendo l' Italia di Mussolini dalla categoria dei sistemi totalitari, negano ogni possibile assimilazione tra un fascismo generico e forme dittatoriali radicalmente diverse.
Un altro rilievo mosso alla teoria del totalitarismo è la confusione tra un' economia pianificata e restrittiva (come quella nazionalsocialista) e una vera e propria "direzione centralizzata" dell' intero sistema produttivo.
E' poi fuorviante sostenere, come fa Friedrich, che sia l' ideologia comunista che quella fascista parlino di "una società senza classi come fine ultimo dell' umanità", dal momento che il fascismo sostiene piuttosto la necessità naturale del dominio, della subordinazione e della lotta per l' esistenza.
Tutti i teorici hanno peraltro riscontrato notevoli difficoltà nel formulare una definizione di totalitarismo, ed alcuni ne hanno persino messo in dubbio l' esistenza sottolineando le differenze tra i diversi regimi e movimenti.
Le teorie della modernizzazione
La concezione secondo la quale il fascismo deve essere spiegato come forma di resistenza alla modernizzazione o "trascendenza" ha riscosso notevole successo negli ultimi decenni e trovato diverse formulazioni da parte di studiosi come Ernst Nolte, Henry Turner e Barrington Moore.
I sostenitori di questo approccio hanno in comune la definizione del fascismo come movimento contrario: 1. all' urbanizzazione, 2. all' educazione liberale, 3. al materialismo razionalistico, 4. all' individualismo e 5. al pluralismo.
Nolte in particolare sostiene che il fascismo si è opposto alla pace internazionale e alla "trascendenza" moderna, un termine filosofico collegabile al concetto di modernizzazione nelle scienze sociali.
Altri studiosi hanno visto il fascismo come movimento dei "perdenti della modernizzazione", ossia le classi emarginate da tale fenomeno sociale.
Per Alain Cassels, il fascismo ha costituito una forza di modernizzazione in nazioni ancora sottosviluppate come l' Italia, rivelandosi però capace di rivolgersi contro la stessa forza in paesi industriali come la Germania.
Barrington Moore legge il fascismo come "tentativo di rendere plebei e popolari la reazione e il conservatorismo", spiegando così la coesistenza di elementi ideologici conservatori con un anticapitalismo populista.
Per Moore, che analizza in particolare la situazione della Germania e del Giappone, la sopravvivenza di tradizioni feudali e monarchico-autoritarie ha giocato un ruolo fondamentale nell' ascesa dei regimi fascisti.
Resta però il fatto che non di rado la dittatura fascista ha promosso politiche contrarie a qualunque "antimodernismo", infrangendo le velleità pre ed anticapitaliste dei suoi primi aderenti e riducendo significativamente, soprattutto in Germania, le ultime vestigia del sistema feudale.
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Le teorie della "classe media"
Almeno due grandi studiosi, Renzo de Felice e Seymour Lipset, hanno considerato il fascismo una forma di radicalismo sviluppata dalle classi medie ed espressione dei loro peculiari interessi, differenti tanto da quelli delle elites borghesi quanto da quelli dei movimenti operai.
Renzo de Felice, nei suoi celebri e controversi studi, definisce il fascismo come veicolo sociale e culturale delle nuove elites radicali della classe media.
Per Lipset il fascismo è rappresentativo di forze specifiche del XX secolo e non assimilabile al radicalismo proletario e all' autoritarismo borghese, ma identificabile piuttosto come un "estremismo di centro".
Le analisi sociologiche confermano in effetti che le classi medie furono chiaramente sovrarappresentate tra i sostenitori dei fascisti.
Le teorie di questo genere individuano in particolare nelle "due classi medie" - commercianti al dettaglio e impiegati - le ragioni della vulnerabilità delle masse all' ideologia fascista; la precarietà dell' esistenza sociale fece scattare in esse: 1. la nostalgia per una società preindustriale, 2. l' avversione tanto per il movimento operaio quanto per il grande capitale dai quali si sentivano minacciati, 3. il desiderio di uno "Stato forte" che avrebbe reso più sicura la loro posizione, 4. l' identificazione nella nazione, garante di pace sociale.
La posizione dei fascisti come sostenitori di rimedi moderati contro i mali del capitalismo spiega le ragioni del loro successo presso queste classi deluse dall' immobilismo dei tradizionali partiti del centro e della destra conservatrice.
L' idea fascista di Stato corporativo offriva una via intermedia tra il liberismo del laissez faire e il collettivismo marxista: perfino il rendimento sorprendente dell' esercito tedesco nella seconda guerra mondiale sarebbe da collegare, oltre che alla forte tradizione prussiana, al successo ottenuto da Hitler nell' indebolire le barriere di classe più di quanto non avesse fatto Mussolini.
I movimenti fascisti e semifascisti dell' Europa centro-orientale manifestarono tendenze anticapitaliste e populiste particolarmente forti, ricollegabili al fatto che in Stati come Polonia, Ungheria e Romania i capitalisti erano prevalentemente ebrei, tedeschi o stranieri.
La vena populista in Austria, Germania e Italia è invece espressione dell' inquietudine prodotta dalle crisi economiche e dalle agitazioni popolari.
Le teorie del "late-comer"
E' la tesi sviluppata da Juan Linz, tesa a rendere ragione delle dimensioni contraddittorie all' interno del fenomeno fascista tenendo conto di tre fattori: 1. il fascismo fu late-comer, ossia soggetto tardivo, comparso sulla scena politica quando una larga porzione degli elettori nelle società europee avevano già scelto di identificarsi, 2. il fascismo, come movimento "pigliatutto", riuscì ad attrarre un seguito eterogeneo e a fare breccia in tutti gli strati sociali con un successo variabile a seconda delle diverse situazioni nazionali, 3. il successo di Mussolini e più ancora quello di Hitler ebbero un impatto decisivo sul destino dei partiti fascisti fondati negli anni Trenta.
Questi partiti "ritardatari" trovarono un' accoglienza più ostile da parte delle autorità liberaldemocratiche, in alcuni casi una maggiore disponibilità delle altre forze politiche alla creazione di fronti comuni antifascisti e, soprattutto, una minore simpatia da parte dei conservatori.
I fascisti spesso non riuscirono ad ottenere consenso tra gli strati a cui si rivolgevano mentre, con loro sorpresa e persino loro malgrado, talvolta ne ottennero in altri ambienti: l' idea di integrazione nazionale tendeva a farne dei partiti "pigliatutto", benchè il volontarismo e l' elitismo politico li inducesse a credere di poter comunque controllare i nuovi simpatizzanti.
La capacità di penetrazione dei fascisti all' interno dei ceti popolari fu sicuramente condizionata dal grado in cui i movimenti socialisti, anarco-sindacalisti e comunisti erano riusciti ad organizzare la classe operaia.
Un altro ostacolo fu costituito, nell' Europa settentrionale ed orientale, dalla solidità dei partiti contadini e delle loro organizzazioni professionali.
I partiti cristiano-sociali e cattolici, con la loro estesa rete di gruppi funzionali e associazioni fiancheggiatrici, furono per molte sigle fasciste gli avversari più temibili, poichè dotati anch' essi di un programma sociale interclassista.
E' significativo, in questo senso, come i movimenti fascisti incontrassero maggiori simpatie nei paesi protestanti e nella borghesia secolarizzata, con notevoli eccezioni in paesi dove identità nazionale e religiosa erano strettamente correlate (Romania, Slovacchia e Croazia): perfino in Italia, la tardiva fondazione di un partito cattolico fu tra le cause dell' ascesa fascista.
Il fascismo si presentò come ideologia secolarizzata, semi o pseudotradizionale ma non conservatrice, finalizzata a superare tutte le divisioni in seno alla nazione - e perciò anche quelle religiose.
Per questo solo quando religione, nazionalismo, antisemitismo e rifiuto delle dottrine cosmopolite si fusero potè apparire un movimento non secolarizzato integralmente fascista (è il caso della Guardia di Ferro in Romania).
Nell' Europa occidentale la posizione dominante della Chiesa di Roma e del vaticanismo (visto come intralcio ad una nuova integrazione nazionale) limitò questo effetto, facilitando la formazione di un nazional-sindacalismo laico.
Sia la forza di una varietà di movimenti di classe moderni e ben organizzati (soprattutto quelli contadini e operai) che la resistenza delle sottoculture religiose limitò comunque lo spazio al quale i fascisti potevano rivolgersi.
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Varietà e peculiarità dei movimenti fascisti
I. Le differenze rispetto ai regimi autoritari e alla destra
L' identificazione di una tipologia non implica che all' interno della specie fascista tutti i gruppi siano stati fondamentalmente uguali; il fascismo è stato di fatto una specie ampia, inclusiva di sottotipi e "varietà del fascismo", secondo la definizione di Eugen Weber, riducibili ad un minimo di sei:
1. il fascismo paradigmatico italiano, pluralistico, diversificato, non definibile in termini semplici. Forme in qualche misura derivate apparvero in Francia, Inghilterra, Belgio, Ungheria, Austria, Romania e Brasile
2. il nazionalsocialismo tedesco, profondamente fanatico, l' unico che sia riuscito a creare una dittatura totale. Movimenti paralleli emersero in Scandinavia, Paesi Bassi, Stati baltici, Ungheria e alcuni Stati "satelliti"
3. il falangismo spagnolo. Sebbene derivato in certa misura dal modello italiano, divenne un tipo di fascismo cattolico, culturalmente tradizionalista
4. la Guardia di Ferro rumena, anch' essa marginale rispetto alla specie, che incarnò una forma mistica di fascismo semireligioso, unico rilevante movimento di questo tipo in una nazione ortodossa
5. le Croci Frecciate ungheresi, differenti per certi aspetti sia dai nazionalsocialisti magiari sia dai filofascisti più pragmatici, che furono per un certo periodo il secondo partito fascista per popolarità in Europa
6. i fascismi abortiti o non completamente sviluppati che alcuni regimi autoritari di destra cercarono di creare per via burocratica, soprattutto nell' Europa orientale e nella penisola iberica, senza però riuscirvi del tutto
Quasi tutti questi partiti non riuscirono a superare lo stato di movimento. Perfino in Italia, il PNF non ottenne mai un controllo completo delle istituzioni, e nel suo caso si può parlare di un "regime autoritario a vocazione totalitaria".
I gruppi autoritari di destra sono spesso stati confusi con i fascisti perchè entrambi antidemocratici, nazionalisti, accomunati fino ad un certo punto dagli stessi avversari e talvolta disposti, specie in Germania, Italia e Spagna, a stringere alleanze temporanee con i fascisti.
Nondimeno, il fatto che dal 1935 comunisti e liberali abbiano stretto accordi contingenti in funzione antifascista non ha condotto gli analisti alla conclusione che liberalismo e comunismo siano la stessa cosa.
Vi sono dunque differenze fondamentali tra la destra e il fascismo:
1. la destra autoritaria era anticonservatrice solo nel senso molto ristretto di un' opposizione al conservatorismo parlamentare
2. la destra autoritaria difendeva i governi forti, ma esitava ad abbracciare forme radicali di dittatura e normalmente faceva affidamento sulla monarchia
3. la destra autoritaria poggiava su una commistione di razionalismo e religione, rifiutando l' irrazionalismo, il vitalismo e il neoidealismo dei fascisti
4. la destra autoritaria si reggeva sulle elites tradizionali piuttosto che sulle nuove formazioni di declassati come reduci e disoccupati
5. la destra autoritaria non puntò mai alla mobilitazione di massa, cercando invece la conquista del potere mediante la manipolazione del sistema
6. la destra autoritaria intendeva mantenere e rafforzare la gerarchia sociale esistente, a differenza dei fascisti che miravano comunque ad un cambiamento dello status e delle relazioni tra le classi
7. la destra autoritaria si affidava all' esercito, rigettando il principio fascista della milizia volontaria e del partito di massa militarizzato
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II. Le caratteristiche dell' economia politica del fascismo
Come già è stato detto, malgrado la connessione originaria tra le idee fasciste e quelle dell' anarcosindacalismo di certi partiti rivoluzionari, è stato difficile per i fascisti imporsi tra i lavoratori organizzati così come tra i cattolici.
La base sociale dei gruppi fascisti è una nuova alleanza politica fra un gruppo più omogeneo di elettori rurali ed uno meno omogeneo di elettori urbani.
Dato il fallimento della penetrazione fascista presso i lavoratori industriali, non stupisce che essi si sentissero liberi di perseguire una politica sfavorevole al lavoro organizzato, assorbendo i sindacati in organizzazioni onnicomprensive controllate dal partito e per questo inefficaci nella contrattazione collettiva.
Se effettivamente il reddito reale dei lavoratori occupati crebbe in Italia e in Germania, ciò avvenne perchè le politiche nazionali di ripresa economica mantennero il livello dell' occupazione aldisopra di quello delle democrazie.
I dati empirici confortano comunque l' ipotesi secondo la quale la politica economica fascista sia in Italia che in Germania fu straordinariamente favorevole verso i settori agricoli e sfavorevole al lavoro industriale, sia in termini di sussidi diretti che di benefici finanziari indiretti.
E' un riscontro importante che sembra smentire la tesi del fascismo come evoluzione dell' imperialismo e della società industriale: l' ultimo anno del governo nazionalsocialista e i decreti della Rsi mostrano quanto lontani da ciò fossero i fini ultimi del fascismo dal punto di vista sociale ed economico.
Ad un esame storico obiettivo non regge la tesi secondo la quale i maggiori capitalisti avrebbero cospirato per portare i fascisti al potere o finanziato questi partiti più di quelli della destra autoritaria, del centro o degli stessi socialdemocratici: è vero piuttosto, come sostiene Reinhard Kuhnl, che i capitalisti erano pronti a ricorrere al fascismo in situazioni estreme, e specificatamente sotto la minaccia di una rivoluzione di tipo sovietico.
Il controllo esercitato dai governi fascisti sugli investimenti di capitale, il fatto che la spesa pubblica si concentrasse su costosi programmi di riarmo e di sostituzione delle importazioni mostra come fosse forte il controllo del partito sul mondo degli affari, mediante la sua integrazione nello Stato corporativo.
La struttura di comitati dello Stato corporativo mirava appunto a rafforzare ed estendere la capacità d' intervento del governo sul mondo economico: sul commercio, sui cambi, sulle licenze d' importazione e sul mercato finanziario.
Il voto fascista non era concepito come un do ut des, ma come un atto di fede: dato che l' economia reale era molto diversa dall' intepretazione che ne dava il fascismo, tale atto di fede assumeva la veste di una rinuncia alla razionalità economica e un duplice impegno a accettare l' assoluta priorità della volontà politica e impegnarsi a forzare i fatti economici per adeguarli.
La guerra era lo strumento con la quale la società sarebbe stata rigenerata, dunque la politica agricola del governo fascista è spiegabile sia con il desiderio di raggiungere un' autonomia strategica per il fabbisogno di generi alimentari, sia come tentativo di mettere al riparo dai cambiamenti economici i piccoli proprietari terrieri: in questo progetto, l' importanza ideologica di una ruralità sana e robusta era molto più che semplice retorica.
Rimasero poi presenti numerosi concetti socialisti nei due partiti fascisti di governo, benchè l' aspirazione ad un "fascismo operaio" non si sia realizzata.
Il fascismo proponeva un' utopia antimodernista che offriva ai timorosi una possibilità di partecipare ad un nuovo modello di politica economica, bloccando le forze apparentemente inarrestabili del mutamento sociale e proclamando la superiorità del valore umano di fronte all' economia stessa.
Proprio perchè la politica economica non è mai stata considerata un elemento condizionante delle decisioni politiche, la cornice ideologica entro la quale venivano compiute le scelte economiche aveva un peso sempre maggiore rispetto al soddisfacimento dei desideri dei sostenitori.
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III. Le condizioni dell' affermazione fascista
Presupposti storico-culturali dell' affermazione fascista
Per quanto fossero differenti le loro vicende storiche, tra le cinque nazioni dell' Europa occidentale che videro l' affermarsi di un regime compiutamente o parzialmente fascista (Italia, Germania, Austria, Spagna e Portogallo) si possono individuare questi punti in comune:
1. tutti i paesi avevano sperimentato un certo numero di elezioni competitive con criteri di suffragio progressivamente più ampi, ed erano passate attraverso un periodo caratterizzato da rapida mobilitazione di nuovi strati della popolazione in partiti e organizzazioni di massa
2. tutti avevano attraversato una serie di crisi costituzionali e ceduto ad un movimento determinato a mettere fine al pluralismo, introducendo un controllo monolitico nella politica di massa
3. questi movimenti monolitici avevano raggiunto posizioni di dominio mediante un uso sistematico della violenza extra legale contro gli oppositori
Anche sotto il profilo storico, è interessante notare come i casi esaminati condividano tre caratteristiche decisive:
1. l' eredità imperiale derivata dall' epoca medievale
2. la marginalizzazione geoeconomica prodotta da due grandi ondate capitaliste (una nel XVI secolo, prima della ristrutturazione del flusso commerciale; l' altra nel XIX secolo, legata ai ritardi nell' industrializzazione)
3. i successivi tentativi di recuperare la posizione precedente nel sistema internazionale mediante specifiche alleanze militari e industriali
La storia dell' Europa medievale e moderna può essere letta come risultato di tre successivi tentativi di dare vita ad un impero: la caduta di Roma, la frammentazione e la disintegrazione dell' impero di Carlo Magno, il fallimento degli Asburgo nel raggiungere il controllo del continente.
Tali fallimenti lasciarono in alcune regioni europee l' amaro ricordo della gloria passata: in un' Italia frammentata, in una congerie germanica di principati e libere città, in Austria, Spagna e Portogallo indebolitisi progressivamente.
Ciò produsse in questi paesi un' aggressività latente, acuita dalla perifericità all' interno della nuova geoeconomia capitalistica.
In Austria e Spagna si verificò la precoce costituzione di un centro politico, ma l' integrazione nazionale fu bloccata; il Portogallo ottenne rapidamente l' unificazione, ma fu frustrato nelle sue aspirazioni di creazione di un impero; in Italia e Germania la costruzione del centro si verificò invece molto tardi.
Sul piano più prettamente culturale, la ricerca delle radici nel passato, la visione romantica del popolo nutrita dagli intellettuali urbani, la loro idealizzazione del contadino e dell' artigiano e il rifiuto della cultura modernista e internazionalista fornì terreno fertile all' affermarsi del fascismo.
La posizione dominante delle democrazie capitaliste negli anni Venti così come la loro fedeltà allo status quo di Versailles e alla Società delle Nazioni permisero ai fascisti di unire protesta culturale, antiliberalismo, ostilità verso la democrazia, un particolare tipo di anticapitalismo, in alcuni casi di antisemitismo, anticlericalismo e perfino anticristianesimo pagano.
Presupposti socio-economici dell' affermazione fascista
La struttura occupazionale negli anni Trenta suggerisce che sarebbe difficile spiegare il differente peso dei fascisti riferendosi esclusivamente ai conflitti di classe e ai contraccolpi della grande depressione.
Fra i dodici paesi industriali (cioè quelli con meno di un terzo della popolazione impiegata nell' agricoltura) ne troviamo almeno cinque con movimenti deboli, mentre solo in due (Germania ed Austria) si può dire che il fascismo abbia riscontrato successo e in altrettanti (Francia e Cecoslovacchia) che abbia rappresentato una seria minaccia.
Tra le nazioni semi-industrializzate, al contrario, soltanto Irlanda e Finlandia riuscirono a salvaguardare le istituzioni repubblicane, a prezzo però di un acceso nazionalismo e di una restrizione delle garanzie democratiche.
Considerando globalmente la situazione socio-economica delle nazioni europee, non sembrano esserci elementi in comune tra quelle in cui i fascisti colsero buoni successi e quelli in cui fallirono, benchè i dati sulla percentuale di salariati e di colletti bianchi negli Stati maggiormente esposti alla penetrazione fascista sembrino smentire le teorie della "classe media".
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Le conseguenze della prima guerra mondiale
Tra i fattori politici che permisero l' emergere di uno o più gruppi fascisti in un determinato contesto nazionale si possono citare:
1. l' impatto della prima guerra mondiale sulle società e sulle generazioni che vi parteciparono, soprattutto nelle nazioni sconfitte o emarginate
2. la presenza di tentativi rivoluzionari da parte delle sinistre radicali e di partiti marxisti massimalisti o anche socialisti "bolscevicizzati"
3. un nazionalismo esacerbato, specie nei casi in cui i confini della nazione non coincidevano con quelli dello Stato
4. conflitti culturali irrisolti, tensioni con le minoranze e problemi con gli ebrei
5. l' estensione del cambiamento sociale ed economico
6. crisi, corruzione e instabilità del governo parlamentare
7. il contesto politico-istituzionale delle società liberali, le sole in cui il fascismo fu lasciato libero di fare proselitismo
L' impatto della guerra sulla società europea fu senz' altro uno dei fattori principali della crisi delle società liberali: non è un caso che la più importante lega protofascista, l' Action Française, nacque anch' essa dagli strascichi di una pesante sconfitta, quella patita dai francesi nel 1870.
Fra le sei nazioni neutrali durante il conflitto, vi furono solo tre partiti fascisti praticamente insignificanti e nessuno con un sostegno di massa; fra gli otto paesi vincitori, quattro non videro alcun movimento di rilievo (benchè in Cecoslovacchia e Jugoslavia ciò sia vero solo per le due etnie principali).
Fanno eccezione l' Italia, dove comunque l' impatto della guerra e della "vittoria mutilata" fu particolarmente traumatico, e la Romania, che al contrario risentì di un' espansione territoriale imprevista.
Sia in alcune nazioni vincitrici (Portogallo, Polonia, Jugoslavia) che in tre delle sei nazioni sconfitte (Russia, Turchia e Bulgaria), la nascita di regimi monopartitici prevenì la crescita dei movimenti fascisti.
Senza la prima guerra mondiale, ci sarebbero forse stati, almeno in alcuni paesi, correnti con molte delle caratteristiche del fascismo ed evoluzioni dei vari, eterogenei gruppi protofascisti (Action Française, l' ANI, la Deutsche Arbeiterpartei, l' Unione del Popolo Russo e i partiti antisemiti) ma un fenomeno complesso come il fascismo non avrebbe potuto svilupparsi.
Tali formazioni protofasciste furono piuttosto espressioni politiche della crisi dell' ancien regime e della difficile transizione verso modelli liberaldemocratici, rispetto ai quali essi rappresentavano una sintesi contraddittoria.
Ad ogni modo, un ostacolo alla diffusione del fascismo fu costituito dal fatto che in pochi casi esso ebbe rapporti con organizzazioni e tradizioni nate nell' anteguerra; dai movimenti protofascisti, meno coesi e stabili, fuoriuscirono un certo numero di fascisti, ma non attraverso scissioni quanto piuttosto per effetto di una rivolta generazionale (cosa che aiuta a chiarire anche il fascino esercitato sugli studenti e la diversa creatività ideologica del fascismo).
D' altro canto, lo stile fascista, la dimensione estetica e retorica, le camicie, i canti, i rituali, che lo resero attraente agli occhi di certa parte delle giovani generazioni tra le due guerre non ebbero la stessa eco nelle diverse società.
L' attrattiva del fascismo può essere spiegata sulla base di una definizione "tridimensionale" che tenga conto del suo stile, della sua ideologia e delle sue forme di azione e organizzazione: solo dove tutti e tre i fattori trovarono riscontro in un determinato contesto nazionale, il fascismo si rafforzò.
La stessa mancanza di vitalità del neofascismo dopo la seconda guerra mondiale si spiega col venir meno di questi fattori.
Il ruolo del nazionalismo nell' ascesa dei partiti fascisti
E' comunque importante rilevare che il fascismo crebbe ovunque fu messo in atto un tentativo rivoluzionario di tipo sovietico e ovunque i partiti socialisti si "bolscevizzarono" abbracciando un' ideologia massimalista.
Un' anomalia evidentissima è quella della Francia, dove non si verificò un' ondata fascista nonostante il peso delle sinistre radicali, la disponibilità di una dirigenza capace e la presenza di gruppi d' opinione nazionalisti e di una cultura letteraria fascista tra le più interessanti: in questo caso, però, proprio un diffuso e tenace nazionalismo, presente anche nei programmi dei partiti antifascisti, disinnescò ogni potenziale elemento d' instabilità.
Anche le nazionalità che non riuscirono a ottenere la condizione di Stato, come gli slovacchi, i croati e i fiamminghi, negli anni Trenta fecero sfoggio di un nazionalismo sensibile al fascino del fascismo.
Più strana è l' assenza di risposte fasciste nelle periferie nazionaliste degli Stati occidentali, in particolare in Spagna e in Irlanda: probabilmente, se non avesse ottenuto l' indipendenza nel 1922 e se il nazionalismo cattolico non fosse stato tanto forte, l' Irlanda avrebbe fornito terreno fertile al fascismo.
Nel caso dei Paesi Baschi, la vicinanza del nazionalismo al clericalismo e la loro convergenza nella lotta contro il repubblicanesimo secolarizzante incanalò gli elementi nazionalisti all' interno del partito democratico-cristiano.
Un altro fattore senza il quale non era possibile un' affermazione del fascismo fu la crisi d' autorità dello Stato; in questa situazione i fascisti fecero ricorso ad un tipo di violenza che si differenziava da quella di altri gruppi radicali (come gli anarchici e i comunisti) per la volontà di difendere la nazione dai nemici interni ed esterni, anzichè per lottare contro l' ordine sociale.
Specie nei territori di confine con l' ex impero zarista, lo Stato e le sue istituzioni godevano sovente di minor legittimità rispetto agli uomini che avevano combattuto per l' indipendenza.
Anche gli Stati multinazionali i cui confini erano stati definiti dalle potenze vincitrici di Versailles non ottennero la stessa legittimità degli Stati-nazione.
Problemi interni ai movimenti fascisti
Giocò invece a sfavore di molti "fascismi minori" il carattere policentrico del fascismo europeo, ossia l' assenza di un unico polo di attrazione tra i vari movimenti (come era Mosca per i partiti comunisti): aldilà delle affinità e dei fondi segreti, l' ultranazionalismo insito nell' ideologia fascista costituiva un ostacolo alla nascita di un fascismo internazionale diretto da Roma o Berlino.
Tra i maggiori problemi interni vi fu anche l' incapacità di fondere una varietà di gruppi sorti intorno a leader diversi: infatti, anche se i partiti fascisti avevano inizialmente optato per una dirigenza elettiva, ben presto divenne fondamentale al loro interno il "furherprinzip".
Il principio del capo, la carenza di basi sociali istituzionalizzate, l' eterogeneità del seguito, l' attrazione policentrica costituita da Roma e Berlino e le differenze ideologiche nei gruppi intellettuali contribuiscono a spiegare la debolezza del fascismo in molte nazioni così come la sua frettolosa ascesa al potere o l' incapacità di creare organizzazioni di massa in altri paesi.
Paradossalmente, proprio laddove sorsero regimi autoritari (in Romania, in Ungheria, nei paesi baltici, in Portogallo e, in misura minore, in Spagna) i partiti fascisti furono dichiarati illegali e perseguitati da governi dittatoriali che pure si ispiravano, sotto molti aspetti, allo stile e alla prassi del fascismo.
Movimenti di massa genuinamente fascisti crebbero dunque solo nel contesto di una società democratica disposta a riconoscere il loro diritto di esistenza.
Conclusione
Da un' analisi dei presupposti storico-politici e socio-economici, in definitiva, si può concludere che, almeno fino al 1939:
1. le possibilità di sopravvivenza di una politica multipartitica erano più alte là dove il capitalismo era più forte, ossia nel cuore dell' economia mondiale
2. la probabilità di un' affermazione fascista era maggiore in territori semiperiferici appartenuti ad imperi densamente abitati
3. la vittoria di un movimento comunista era alta in aree molto più marcatamente periferiche, appartenute a vecchi imperi gestiti da una "burocrazia agraria", ossia con una borghesia industriale poco sviluppata
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Analisi comparata delle più originali esperienze fasciste
I. Il misticismo fascista della Guardia di Ferro rumena
Il movimento fascista rumeno si distingue per tre aspetti fondamentali:
1. nacque nelle università come gruppo di protesta studentesca, e per tutta la sua esistenza conservò sempre il carattere di movimento giovanile
2. malgrado i successi elettorali tra il 1927 e il 1937, non assunse mai la forma di un vero partito politico, continuando piuttosto ad esibire caratteri originari fascisti, liberazionisti e religiosi indigeni
3. se ogni movimento fascista possiede radici autoctone, il fascismo rumeno può essere considerato un caso paradigmatico sotto questo aspetto
Dal punto di vista economico, la Romania entrò e rimase nell' era moderna come un paese semicoloniale, con una classe contadini supersfruttata e condizioni paragonabili a quelle degli attuali paesi latino-americani.
Tuttavia, la maggior fonte di tensione risiedeva in una storia politica carica di frustrazioni: una popolazione etnicamente omogenea dovette vivere, fino agli ultimi anni del XIX secolo, divisa e sotto occupazione turca, russa e austriaca.
Il primo Stato indipendente, il regno di Romania, vide la luce nel 1877, mentre più della metà della popolazione rimase sotto dominio straniero fino al 1918, quando la Romania divenne uno Stato nazionale compiuto.
Dall' inizio del secolo, e sino alla seconda guerra mondiale, la scena culturale rumena vide il dominio di correnti populiste letterarie, politiche e religiose, che costituirono altrettanti vivai di nazionalismo e antisemitismo.
La Romania non uscì sconfitta dal primo conflitto mondiale, e neppure fu una vincitrice delusa come l' Italia: al contrario, per un insperato colpo di fortuna il trattato di Versailles le consegnò tutte le provincie in cui i rumeni costituivano la maggioranza della popolazione (Transilvania, Bessarabia e Bucovina).
Lo spettro politico era ricco, multicolore e mutevole, ma con alcuni aspetti costanti: un centro quasi vuoto, con i grossi partiti tradizionali a destra, un piccolo partito socialdemocratico ed un ancor minore partito comunista.
Due aspetti della vita politica si aggiungevano alla confusione della neonata democrazia: il comunismo e il problema ebraico.
Riguardo al primo, sebbene la Romania non avesse un forte partito marxista, il comunismo come idea e minaccia proveniente dall' esterno giocò un ruolo considerevole nell' ascesa della Guardia di Ferro: il fatto che il suo primo sviluppo sia avvenuto in regioni confinanti con la Russia lo conferma.
Non solo Bessarabia, Bucovina e Moldavia erano più esposte alla minaccia sovietica, ma avevano anche una popolazione ebraica più numerosa e, in quanto meno assimilata, certamente più visibile.
La Guardia di Ferro fu sempre impegnata in una dura lotta contro tutte le minoranze etniche: non per nulla la Transilvania, con le sue grosse minoranze tedesche e ungheresi, divenne il suo maggior caposaldo.
E' difficile, tuttavia, definirla razzista: sicuramente non lo fu come l' hitlerismo, perchè non legata ad un concetto di razza di tipo naturalistico e biologico, e nemmeno ad un' ideologia imperialista.
In questo senso, il fascismo rumeno - come quello italiano - esaltava il passato storico della nazione, con la differenza che il concetto di nazione caro alla Guardia di Ferro aveva una più forte componente cristiana e rurale.
La mitologia della Guardia di Ferro è essenzialmente di tipo tragico e apocalittico: i guardisti non furono mai capaci di offrire soluzioni semplici e capri espiatori, e dato che i loro nemici erano così tanto e potenti essi furono più volte inclini a ripiegare su una visione religioso-escatologica.
Sotto il profilo più strettamente politico, il periodo che va dal 1923 al 1927 può essere considerato quello del consolidamento: nel 1923 Corneliu Codreanu fonda la Lega di Difesa Nazionale, che si presenterà alle elezioni del 1926.
Sempre nel 1923, Codreanu nominò Ion Mota capo della Confraternita della Croce, un corpo elitario ispirato alle associazioni mistiche e fortemente ritualizzate che erano molto presenti tra i contadini rumeni.
Nel 1927, pochi mesi prima dello scioglimento della Lega di Difesa Nazionale, nacque la Legione dell' Arcangelo Michele, organizzazione semi-militare e semi-mistica organizzata a partire dai "nidi", unità-base composte da una decina di "camarazi", fino ai "comandanti della Legione" e al Capitano.
Il "nido", come unità strutturale, fu un modello per i gruppi totalitari: in esso avveniva l' addestramento di base dei legionari, a cominciare dall' obbedienza incondizionata a Codreanu, che, sebbene non apertamente antidemocratico nel senso hitleriano, nutrì sempre vedute autoritarie riguardo al comando.
I capi erano infatti persone religiose con una visione manichea del mondo ed un alto senso di missione e di martirio, giacchè il loro ruolo doveva consistere nientemeno che nella rigenerazione morale della nazione.
Non si conosce un altro movimento fascista che inculcasse nei suoi membri un tale senso di dedizione e sacrificio personale: uno dei gruppi più elitari all' interno della Guardia era la "squadra della morte", formata da giovani fanatici pronti ad uccidere e ad essere uccisi per il trionfo dell' idea legionaria.
Tra il 1924 e il 1927, i legionari commisero undici omicidi, in gran parte di personalità politiche; in questo stesso periodo furono però uccisi più di 500 legionari, in maggioranza dalla polizia, per arrivare ad un totale di circa 1.200 arresti, imprigionamenti ed omicidi nel 1939.
La base militante, sin dall' inizio, fu egemonizzata da due categorie: i giovani e gli intellettuali (secondo una stima approssimativa, l' età media del gruppo di 350 candidati ale elezioni del 1937 era sicuramente sotto i trent' anni).
Grazie alla sua spiccata tendenza al proselitismo e all' organizzazione in "nidi", il movimento dilagò dalle università e dalle scuole alle aree urbane e contadine: i "nidi", secondo le cifre ufficiali, erano 4.200 nel 1935, poi 12.000 e infine 34.000 nel 1937, per un totale di almeno 200.000 militanti.
Per la grande maggioranza di essi, la condizione economica indica un' appartenenza alla classe media, ma con una connessione quasi ininterrotta con le comunità tradizionali: Codreanu era figlio di un maestro e nipote di un contadino, Mota figlio di un pope e anch' egli nipote di un contadino.
Ciò si può applicare ad ogni livello della militanza, che si caratterizza quindi in modo più psicologico che sociologico: la maggioranza degli appartenenti stava salendo la gerarchia sociale in direzione della classe media, ma non aveva ancora rotto i ponti con il proprio retroterra rurale e si caratterizzava perciò non in una posizione di classe, ma in una condizione di marginalità.
Codreanu identificava col "popolo", una comunità idealizzata non definita, mentre Mota, rifiutando una realtà sociale corrotta, faceva riferimento al "vecchio mondo", il passato mitico della nazione: era una società ideale e immaginaria, legata alla comunità rumena tradizionale.
La Guardia di Ferro offriva comunque un' alternativa concreta a chiunque avesse rotto con lo schema implicito della sua esistenza sociale, una vera "vita nuova" accessibile ai sentimenti e alla fede, piuttosto che alla ragione.
La dimostrazione di piazza legionaria, espressione visibile di questo modo d' essere, stava tra la protesta politica, la processione religiosa e il corteo storico: un "mistero" teatrale per rappresentare il dramma del popolo rumeno.
Che un movimento del genere affascinasse i giovani, gli sradicati e gli elementi marginali della società è plausibile: ma la Guardia di Ferro fu più che un ordine ritualista, fu uno dei pochi gruppi totalmente fascisti.
Ebbe un largo sostegno elettorale - quasi 500.000 voti nel 1937 - che includeva contadini e una consistente brigata operaia (quasi 13.000 unità).
Un esame delle elezioni del 1937 mostra chiaramente che il successo legionario fu più ampio nelle regioni che rispondevano ad almeno due delle caratteristiche elencate: 1. lontane, isolate, neglette, 2. con larghi gruppi minoritari, 3. toccate dall' industrializzazione, 4. con comunità agricole in movimento verso l' alto (Transilvania) o il basso (Moldavia).
La Guardia di Ferro rappresenta in una forma altamente compressa quello che è normalmente un fenomeno a due fasi, cioè la transizione, in un paese in via di sviluppo, di un movimento da religioso a politico.
Oltre ad essere un caso esemplare di fascismo agrario ed un organizzazione politica in grado di edificare uno Stato totalitario (prerogativa che condivise probabilmente solo con l' NSDAP), illustra un fenomeno di marginalità relativa, cioè l' insoddisfatto desiderio di partecipare ai processi decisionali in una società libera ed in rapido mutamento in un numero crescente di membri.
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